La Nuova Sardegna

Rifiuti spaziali, 7.500 tonnellate da recuperare

Alfredo De Girolamo
Rifiuti spaziali, 7.500 tonnellate da recuperare

I residui delle missioni nello spazio ruotano da anni attorno alla Terra e rilasciano detriti pericolosi per gli abitanti del pianeta

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A chi non è mai capitato una volta nella vita di guardare il cielo stellato per una notte intera, nella speranza di scorgere una stella cadente, esprimere un desiderio e sperare poi che questo si avveri? Qualcuno può dire di esserci riuscito, qualcun altro no, altri la stella l'hanno vista ma il desiderio non si è mai avverato. Forse perché ciò che aveva visto vagare in cielo non era una stella. Sono infatti circa settemila e cinquecento le tonnellate di rifiuti che da decenni gravitano nello spazio attorno al pianeta Terra. Residui delle varie missioni spaziali che ogni anno si tengono e che lasciano, loro malgrado, detriti che si rivelano poi di una certa pericolosità per le attività terrestri dipendenti dai satelliti, quali previsioni delle catastrofi naturali e del meteo, geolocalizzazione o più semplicemente la linea internet, dalla quale oggi passano in pratica tutte le nostre attività.

Il problema esiste da sempre, ovvero dalla prima missione nello spazio. Il lancio in orbita del satellite russo Sputnik nel 1957. Da quello storico momento sono stati inviati in cielo 7500 satelliti, i cui frammenti sono la causa dei rifiuti spaziali. Della totalità di essi, ben il 98% - circa 1500 oggetti - si muove nella cosiddetta orbita terrestre bassa, ovvero entro i 2000 chilometri dalla Terra, a una velocità di poco inferiore ai 30 mila km/orari. Oggetti di ogni tipo: parte dei razzi dai quali poi si sono staccati i satelliti, frammenti di vernice scrostata dalle navicelle, guanti, macchine fotografiche o oggetti di vario genere perduti dagli astronauti in missione. Non che questi rifiuti spaziali siano del tutto abbandonati al loro destino. Esistono oggi dei protocolli ad hoc per gestirli nel migliore dei modi, ma è pur sempre vero che le soluzioni più adottate sono farli precipitare al largo degli oceani, oppure utilizzare l'atmosfera per disintegrarli. Metodi non del tutto sicuri, e il cui impatto sull'ambiente non è dei migliori. Anche perché la distruzione dei rifiuti che entrano in contatto con l'atmosfera terrestre porta comunque alla creazione di frammenti ancora più piccoli che entrando in collisione coi satelliti ancora in uso generano a loro volta nuovi rifiuti.

Cina, Russia e Stati Uniti sono i maggiori produttori al Mondo di rifiuti spaziali, ma oggi tutte le agenzie spaziali esistenti stanno prendendo misure per contrastare questo fenomeno, nonostante le prime linee guida per ridurre al minimo la produzione di questi detriti furono redatte dalle Nazioni Unite nel 2007. L'ESA, l'Agenzia spaziale europea, ha creato una sezione apposita chiamata Space Clean (spazio pulito), mentre la collega americana, la NASA, supportata dal Ministero della Difesa statunitense monitora regolarmente oltre mezzo milione di rifiuti spaziali.

Ma a parte la distruzione atmosferica e la caduta in mare, quali sono le soluzioni studiate per ovviare all'emergenza? L'idea principale, e comune a tutte le agenzie, è quella di agganciare il rifiuto spaziale per trascinarlo dove meglio ritengono e gestirne la distruzione. Un controllo che permetterebbe il recupero del materiale, che verrebbe poi smaltito a terra. ESA e British National Space Centre, l'Agenzia inglese, stanno studiando un metodo simile, che prevede un satellite dotato di braccia robotiche, mentre la JAXA, l'Agenzia giapponese, pensa a un filo elettrodinamico di 700 metri per catturare i rifiuti. La NASA ha invece in mano un prototipo realizzato da un'impresa locale, chiamato Brane Craft, di fatto un foglio di carta stagnola che impacchetterebbe i rifiuti. Ipotesi che possono sembrare bislacche e certamente fantasiose, ma mai farsi ingannare dall'apparenza quando si parla di imprese spaziali. Dopotutto, chi avrebbe mai potuto immaginare, anni e anni fa che l'uomo un giorno avrebbe passeggiato sulla luna? (@degirolamoa)

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