I soriani: «Cucca vada via» Ma l’assemblea è un flop
di Umberto Aime
Ad Abbasanta ci sono solo i 36 delegati d’area, ma il segnale politico è deciso: «Subito il congresso e le primarie per scegliere il nuovo segretario»
4 MINUTI DI LETTURA
INVIATO AD ABBASANTA. Trentasei delegati presenti su 160, troppo pochi per dare la spallata che avevano in mente, ma la loro assemblea Renato Soru e compagni, seppure ingrossata da oltre duecento iscritti, l’hanno fatta comunque. Per arrivare, dopo quattro ore di dibattito serrato, a questa conclusione: il segretario uscente Giuseppe Luigi Cucca, che non è uno di loro, deve dimettersi immediatamente e l’assemblea va riconvocata subito. «In fretta – hanno detto – perché dovrà esserci un nuovo congresso, con tanto di primarie, per cambiare la guida del partito». È un diktat? Non hanno la forza per imporlo, ma potrebbe essere invece l’invito rude arrivato da chi ha detto: «Dobbiamo fare tutto questo, altrimenti prima poi andremo a schiantarci e la prossima volta potrebbe diventare l’utima».
Lo scenario. Com’era previsto Renato Soru e compagni non hanno recuperato i numeri che a loro servivano per «rivoltare», è il verbo usato alla vigilia, questo «Pd sequestrato da Roma, prigioniero delle correnti, vittima di tatticismi vecchi, inutili e lontanissimi dagli elettori». Avrebbero voluto stravolgere, altro verbo tirato fuori in assemblea, un Pd che «dopo la sconfitta di marzo, non ha capito ancora nulla, è imbalsamato e come sempre autolesionista... se rimane com’è, affonderà ancora nel fossato delle sconfitte, trascinato da un altro voto contrario alle prossime Comunali e alle Regionali. Purtroppo gli scivoloni arriveranno se qui non cambierà tutto».
La conta. I soriani non sono riusciti ed era scontato che non ci riuscissero, nell’impresa di rovesciare il tavolo. Erano e sono rimasti quello che sono dall’anno scorso, nella bilancia delle tessere: una minoranza. Ad Abbasanta le altre due correnti, la maggioranza, non ci hanno messo piede. Avevano detto no, «non accettiamo provocazioni», e no è stato. Non si è visto nessuno di loro: dai renziani più gli ex Ds, fedelissimi del segretario quasi dimissionario Giuseppe Luigi Cucca, ai popolari-riformisti che alleati dei primi non lo sono più ma per ora non stanno neanche con i soriani. Seppure, in serata, qualcuno degli assenti si farà sentire, con in testa Giuseppe Luigi Cucca, «Prendo atto di quanto è accaduto, ma resta in piedi la mia proposta di intraprendere invece un percorso unitario per il rilancio del partito». Poi c’è stato il comunicato del deputato renziano Gavino Manca: «La sconfitta elettorale è colpa di tutti e nessuno oggi può ergersi al ruolo di accusatore».
Il dibattito. Però nella sala de «Su Baione» non si sono dati appuntamento solo i 36 delegati ma anche un pattuglione di 200 iscritti. Così se all’assemblea regionale è mancato il numero legale per andare avanti, il dibattito c’è stato. Quattordici gli interventi, compreso quello di Soru, che la presidente Lalla Pulga, una di loro, ha annunciato con ottimismo: «Sfruttiamo l’occasione per discutere quello che è accaduto e quello che vorremmo». C’è chi ha parlato di rilancio fra la gente, soprattutto i sassaresi Giampaolo Mameli e Maria Francesca Fantinato: «Riprendiamo ad ascoltare con umiltà i problemi del giorno per giorno». È arrivato anche un secondo filotto della «roba da spazzare via»: dal mancato rinnovamento e all'incapacità di essere dalla parte degli esclusi. Soru lo dirà: «Chi era assente, ha commesso un errore. Per la prima volta, dopo marzo, avrebbe capito perché il Pd ha perso». L’ex deputato Giulio Calvisi è stato lucido nell’analisi: «Dal bipolarismo politico siamo passati al bipolarismo sociale. Da una parte oggi ci sono gli inclusi, dall’altra quelli che sono o si sentono esclusi. Noi dagli esclusi non siamo stati scelti. Ci hanno voltato la faccia, perché da noi non si sono sentiti più difesi. Se li recuperiamo, diventeremo sempre più marginali». Poi è stata la volta di Dolores Lai, l’autocandidata alla segreteria che i soriani sostengono alla grande: «Il mio è stato un gesto d'impeto ma perché penso che non sia più accettabile attendere le decisioni dei capibastone di un partito che, in Sardegna, è balcanizzato. Non c’è bisogno che nel simbolo ci appiccichiamo per rilanciarci l’aggettivo sardo (la proposta è del cugino Silvio della corrente dei popolari-riformisti), perché un Pd sardo esiste già, dobbiamo però rifondarlo e farlo funzionare. Sia chiaro: non farò alcun passo indietro di fronte alle maldicenze e alle minacce più o meno velate di chi m’invita a restare a casa. Sono loro che resteranno dove hanno scelto di rimanere oggi, a casa». La miglior conclusione è stata però quello di Pietro Cocco: «Finiamola con questa bagarre, dobbiamo raccogliere le forze per ritornare a essere quelli che eravamo. Altrimenti chi ci guarda da fuori, continuerà a pensare quello che già pensa: questi del Pd sono solo matti».
Lo scenario. Com’era previsto Renato Soru e compagni non hanno recuperato i numeri che a loro servivano per «rivoltare», è il verbo usato alla vigilia, questo «Pd sequestrato da Roma, prigioniero delle correnti, vittima di tatticismi vecchi, inutili e lontanissimi dagli elettori». Avrebbero voluto stravolgere, altro verbo tirato fuori in assemblea, un Pd che «dopo la sconfitta di marzo, non ha capito ancora nulla, è imbalsamato e come sempre autolesionista... se rimane com’è, affonderà ancora nel fossato delle sconfitte, trascinato da un altro voto contrario alle prossime Comunali e alle Regionali. Purtroppo gli scivoloni arriveranno se qui non cambierà tutto».
La conta. I soriani non sono riusciti ed era scontato che non ci riuscissero, nell’impresa di rovesciare il tavolo. Erano e sono rimasti quello che sono dall’anno scorso, nella bilancia delle tessere: una minoranza. Ad Abbasanta le altre due correnti, la maggioranza, non ci hanno messo piede. Avevano detto no, «non accettiamo provocazioni», e no è stato. Non si è visto nessuno di loro: dai renziani più gli ex Ds, fedelissimi del segretario quasi dimissionario Giuseppe Luigi Cucca, ai popolari-riformisti che alleati dei primi non lo sono più ma per ora non stanno neanche con i soriani. Seppure, in serata, qualcuno degli assenti si farà sentire, con in testa Giuseppe Luigi Cucca, «Prendo atto di quanto è accaduto, ma resta in piedi la mia proposta di intraprendere invece un percorso unitario per il rilancio del partito». Poi c’è stato il comunicato del deputato renziano Gavino Manca: «La sconfitta elettorale è colpa di tutti e nessuno oggi può ergersi al ruolo di accusatore».
Il dibattito. Però nella sala de «Su Baione» non si sono dati appuntamento solo i 36 delegati ma anche un pattuglione di 200 iscritti. Così se all’assemblea regionale è mancato il numero legale per andare avanti, il dibattito c’è stato. Quattordici gli interventi, compreso quello di Soru, che la presidente Lalla Pulga, una di loro, ha annunciato con ottimismo: «Sfruttiamo l’occasione per discutere quello che è accaduto e quello che vorremmo». C’è chi ha parlato di rilancio fra la gente, soprattutto i sassaresi Giampaolo Mameli e Maria Francesca Fantinato: «Riprendiamo ad ascoltare con umiltà i problemi del giorno per giorno». È arrivato anche un secondo filotto della «roba da spazzare via»: dal mancato rinnovamento e all'incapacità di essere dalla parte degli esclusi. Soru lo dirà: «Chi era assente, ha commesso un errore. Per la prima volta, dopo marzo, avrebbe capito perché il Pd ha perso». L’ex deputato Giulio Calvisi è stato lucido nell’analisi: «Dal bipolarismo politico siamo passati al bipolarismo sociale. Da una parte oggi ci sono gli inclusi, dall’altra quelli che sono o si sentono esclusi. Noi dagli esclusi non siamo stati scelti. Ci hanno voltato la faccia, perché da noi non si sono sentiti più difesi. Se li recuperiamo, diventeremo sempre più marginali». Poi è stata la volta di Dolores Lai, l’autocandidata alla segreteria che i soriani sostengono alla grande: «Il mio è stato un gesto d'impeto ma perché penso che non sia più accettabile attendere le decisioni dei capibastone di un partito che, in Sardegna, è balcanizzato. Non c’è bisogno che nel simbolo ci appiccichiamo per rilanciarci l’aggettivo sardo (la proposta è del cugino Silvio della corrente dei popolari-riformisti), perché un Pd sardo esiste già, dobbiamo però rifondarlo e farlo funzionare. Sia chiaro: non farò alcun passo indietro di fronte alle maldicenze e alle minacce più o meno velate di chi m’invita a restare a casa. Sono loro che resteranno dove hanno scelto di rimanere oggi, a casa». La miglior conclusione è stata però quello di Pietro Cocco: «Finiamola con questa bagarre, dobbiamo raccogliere le forze per ritornare a essere quelli che eravamo. Altrimenti chi ci guarda da fuori, continuerà a pensare quello che già pensa: questi del Pd sono solo matti».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google
