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La Consulta sulla sanità: tutta a carico della Regione

La Consulta sulla sanità: tutta a carico della Regione

È stata depositata la sentenza che ha respinto il ricorso sui farmaci alternativi La Corte fa riferimento all’intesa Prodi-Soru: lo Stato non deve rimborsare nulla  

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CAGLIARI. La Regione non può pretendere dallo Stato neanche un euro di rimborso per i farmaci oncologici alternativi e il vaccino contro l’epatite, nonostante dal 2015 al 2016 abbia speso 120 milioni e altri 50 l’anno scorso. Non è finita: semmai decidesse di bloccare l’acquisto di quei medicinali speciali, anche se finora se mai lo farà, non potrebbe tirarsi indietro, perché «comunque è tenuta a rispettare i livelli essenziali di assistenza previsti dal sistema sanitario nazionale», compresi appunto i farmaci alternativi. È tutto scritto nelle motivazioni della sentenza depositata il 19 aprile dai giudici della Corte costituzionale, che hanno respinto il ricorso presentato dalla Regione all’inizio del 2017. Il perché di questo no su tutta la linea è spiegato così nel dispositivo: «In Sardegna il costo della sanità è per intero a carico della Regione e quindi lo Stato nulla è tenuto a rimborsare». La frase è secca e rimanda all’accordo firmato a suo tempo, nel 2006, fra l’allora governatore Renato Soru e il premier dell’epoca, Romano Prodi. Accordo che trasferiva sui conti della Sardegna i costi della sanità e della continuità territoriale in cambio di maggiori trasferimenti da parte dello Stato. Poi, come raccontano le cronache, ci sono altri dieci anni per rimettere in linea di galleggiamento la «Vertenza entrate», ma questa è tutta un’altra storia e per alcuni neanche chiusa visto che c’è ancora aperta la partita sui milioni che Roma continua a bloccare per ripianare l’infinito debito nazionale.

Il caso. Da quando i farmaci alternativi, vaccini compresi, sono entrati a pieno titolo nel sistema sanitario, ogni anni lo Stato ha rimborsato alle Regioni ordinarie gran parte del costo pagato per quei medicinali. Mai alla Sardegna, nonostante le richieste presentate più volte ma sempre respinte al mittente. Fino all’inizio del 2017 quando la Regione ha scelto un’altra via per ottenere quello che riteneva dovuto. Impugnata la Finanziaria nazionale di quell’anno, ha chiesto alla Corte costituzionale di mettere fine a quella che riteneva un’ingiustizia. Soprattutto perché, conti alla mano, il costo di quei farmaci è elevato: oltre 120 milioni nel biennio 2015-2016, più i 50 del 2017. Senza comunque certo mettere in dubbio la necessità delle prescrizioni sia per quanto riguarda i farmaci antitumorali o le campagne di vaccinazione.

La sentenza. I giudici però hanno respinto il ricorso in cui la Regione tra l’altro sosteneva che «l’obbligo della spesa per quel tipo di farmaci in effetti limitava l’autonomia nella scelta su come garantire i livelli essenziali d’assistenza». Nel dispositivo della Corte c’è scritto che è «proprio l’autonomia riconosciuta alla Regione anche nel farsi pieno carico della spesa sanitaria a liberare lo Stato dal dover rimborsare alla Sardegna il costo dei nuovi farmaci o gli eventuali aumenti dovuti all’aggiornamento delle prescrizioni». Dunque, il costo era e resta sulle spalle della Regione, che però non per questo può e potrà fare di testa sua. «Comunque – hanno scritto i giudici – resta fermo, naturalmente, che la Regione autonoma della Sardegna è tenuta a rispettare, al pari di tutte le altre Regioni i livelli essenziali di assistenza comuni e applicabili in modo uniforme su tutto il territorio nazionale».

Terapia del dolore. Nei giorni scorsi, il Consiglio ha approvato all’unanimità la mozione presentata dal Partito dei sardi in cui «è sollecitato l’avvio definitivo della rete regionale per la terapia del dolore e le cure palliative». Rete, come ha sottolineato, il consigliere regionale Augusto Cherchi che invece non esiste ancora o comunque non garantisce il massimo dell’efficienza, visto che nelle poche strutture esistente le liste d’attesa superano l’anno. Da parte sua l’assessore alla sanità Luigi Arru ha preso l’impegno di superare tutti gli ostacoli che finora hanno impedito l’avvio della rete regionale. Anche se nella replica Cherchi ha sottolineato: «I tempi per avviarla dovranno essere brevissimi, perché non è ancora possibile che quanti soffrano di dolori cronici in Sardegna debbano rassegnarsi a soffrire».

Centro trasfusioni. La riorganizzazione della rete regionale per la raccolta del sangue è stata promossa dall’Istituto superiore di sanità. «Abbiamo cominciato a ristrutturarla nel 2015 – ha commentato l’assessore Arru – e oggi, grazie anche all’indispensabile collaborazioni delle associazioni, la nostra rete è considerata un’eccellenza soprattutto per l’’aumento considerevole delle donazioni e la rete dei punti di raccolta».(ua)

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