La Nuova Sardegna

Sa die de sa Sardigna diventa festa dell’identità

di Umberto Aime
Sa die de sa Sardigna diventa festa dell’identità

Il presidente Ganau presenta la campagna di comunicazione della Regione: «Un’operazione che raggiunge tutti e stimola l'orgoglio di essere sardi»

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CAGLIARI. Domani è Sa die de Sardigna, ma questa volta non sarà solo celebrativa come le ultime venticinque edizioni. Sarà ancora più speciale, propositiva e incalzante, perché cade nel settantesimo anniversario dello Statuto. Quanto sia importante questo compleanno sociopolitico, a intuirlo per primo è stato il presidente Sergio Mattarella. Un mese fa ha partecipato alla seduta solenne del Consiglio regionale, convocata nei giorni in cui, nel 1948, la Costituzione della Sardegna fu approvata dal Parlamento italiano. Ora che lo Statuto ha bisogno di essere difeso dalla schizofrenia di uno Stato centralista, ma soprattutto riveduto e attualizzato, altrimenti senza manutenzione sarebbe destinato a sgretolarsi, «dobbiamo far prendere coscienza ai sardi dei reali valori dell'Autonomia». Lo ha detto il presidente dell’Assemblea regionale, Gianfranco Ganau, nel presentare quella che «da febbraio e per tutto l’anno è stata e continuerà essere la campagna di comunicazione sui settant’anni della nostra Regione». La partenza c’è stata col manifesto della «neonata avvolta nella bandiera dei Quattro Mori» e del logo, poi da domani potrà essere scaricato dal sito www.sardegna70.it e dalle altre piattaforme ufficiali «Umpare», È la canzone celebrativa pop song, definizione degli esperti, con allegato un videoclip impregnato di Sardegna dalla prima all’ultima immagine. A giugno partirà la terza fase, quella più corale, in cui nei manifesti e negli spot saranno i volti dei sardi a essere portabandiera della terra in cui vivono. Messo assieme il tutto, che ha avuto un costo intorno ai 300mila euro, però gli artisti hanno partecipato gratuitamente, è «un'operazione – ha sottolineato Ganau – destinata a raggiungere tutti, per stimolare in ciascuno l'orgoglio di essere sardi. Sardi che vivono in una terra bellissima seppur ricca di difficoltà con la speranza che questa condivisione si trasformi in un impegno comune per superare le criticità e costruire un futuro migliore». Un futuro che comincerà a essere costituito, sempre domani, sia nelle manifestazioni della mattina, in ogni Comune e in particolare al Palazzo Viceregio di Cagliari, e nel pomeriggio. Dalle 16 in poi lo scenario sarà l’aula del Consiglio regionale, alla presenza anche della Federazione degli emigrati, e in cui nella serata sarà consumato un altro passaggio importante. Dichiarare, con un voto, sarà all’unanimità?, che «Procurade ’e moderare» sarà l’inno della Sardegna, come dal 1999 i «Quattro Mori» sono la bandiera ufficiale della Regione. Sarebbero dovuti essere i sardi, non il Palazzo, a scegliere l’inno con un referendum, hanno rilanciato giorni fa i Riformatori. Però, alla fine, anche «Procurade» potrebbe rappresentare un altro passo verso quella «vera Autonomia» che «dobbiamo saper usare bene», ha sottolineato il governatore Francesco Pigliaru, e che «se non ci fosse stata data, oggi la Sardegna sarebbe di certo molto più invisibile», ha aggiunto. In settant'anni, s’è poi chiesto, «l’abbiamo sfruttata al massimo, oppure c’è stato permesso di sfruttarla tutta, o ancora è sufficiente quella che abbiamo?» La risposta a tutte e tre le domande è stata un no. «Non basta, dopo anni di governo sappiamo quanti limiti abbiamo incontrato. Talvolta siamo riusciti a ottenere risorse anche importanti, per poi scoprire che non avevamo il potere per utilizzarle nel modo giusto: è questo il concetto tutt'altro che astratto del prezzo da noi pagato per l'insularità». Un handicap più volte denunciato dalla Sardegna e che ogni anno ha un costo esagerato: oltre il miliardo. Per questo ha aggiunto Ganau: «Non solo dobbiamo difendere l’Autonomia, sentirla sempre più nostra, come lo sarà nello slogan della prossima campagna in cui il «mia» finale, battuto in rosso, acquisterà la forza comune dell’appartenenza alla terra e alla storia, ma anche chiedere più spazi di manovra. Lo Stato e l’Europa, a loro volta, devono metterci nelle condizioni di avere le stesse opportunità a disposizione delle altre regioni». C’è una proposta di legge popolare, è in corso la raccolta delle firme anche sulla terra ferma, in cui «l’insularità dev’essere riconosciuta anche in Costituzione, come una sperequazione sociale ed economica». Pigliaru l’ha ribadito: «Noi dobbiamo essere più responsabili, ma tutti gli altri, da Roma a Bruxelles, lo devono essere nei nostri confronti».

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