Tuvixeddu, la Regione batte cassa: Cualbu deve restituire 78 milioni di euro
In partenza la richiesta indirizzata al costruttore di restituire il maxi risarcimento incassato con il lodo arbitrale
CAGLIARI. Egregio ingegner Gualtiero Cualbu, ci sarebbero 77 milioni e 827 mila euro da versare: quando intende onorare il suo debito? L’ufficio legale della Regione userà altre parole, certamente più tecniche, per chiedere al costruttore e padrone della Nuova Iniziative Coimpresa quanto ha stabilito la sentenza emessa lo scorso 9 aprile dalla Corte d’Appello civile di Roma sul caso della necropoli punica di Tuvixeddu. Il senso però sarà quello, perché la decisione dei giudici romani è esecutiva e dopo la bocciatura dell’arbitrato che gli aveva dato ragione, l’imprenditore è chiamato a restituire il colossale risarcimento incassato grazie al controverso lodo del 23 aprile 2013.
Il primo passo della Regione sarà una semplice lettera, chiara ed esplicita, col calcolo del dovuto cui andranno aggiunti gli interessi di legge. Se nei termini indicati la somma di denaro non sarà tornata al mittente, i legali della Regione dovranno passare agli atti esecutivi. La famiglia Cualbu ha annunciato già all’indomani della sentenza di voler ricorrere per Cassazione, esercitando un diritto riconosciuto. Nel frattempo però i circa 83 milioni complessivi a suo tempo pagati dalla Regione per compensare la mancata realizzazione del piano immobiliare privato sui colli punici dovranno tornare sul conto dell’ente pubblico. Dopo di che Regione, Comune di Cagliari e Immobiliare Coimpresa dovranno prevedibilmente sedersi a un tavolo e discutere il da farsi. Perché se l’attesissima sentenza di Roma ha messo un punto fermo - seppure non definitivo - sulla controversia economica, la questione che riguarda il futuro di Tuvixeddu e del suo straordinario compendio storico resta apertissima. Le associazioni ecologiste chiedono con forza che il parco archeologico della necropoli venga finalmente realizzato e aperto alle visite. L’ostacolo resta legato agli interessi legittimi del costruttore, che è comunque proprietario dell’area e che a suo tempo, con l’accordo di programma del 2000, aveva ceduto parte delle superfici al Comune per dare al compendio archeologico uno spazio di rispetto.
Quanto è avvenuto dopo è nelle cronache: prima un vincolo imposto dall’amministrazione Soru per notevole interesse pubblico sulla scia del Codice Urbani, poi i vincoli calibrati sul piano paesaggistico regionale, la cui legittimità è stata confermata nel 2011 dal Consiglio di Stato a conclusione di una battaglia senza esclusione di argomenti giuridici, da una parte la Regione e le associazioni come Italia Nostra e Legambiente, dall’altra il costruttore appoggiato dall’amministrazione comunale guidata da Emilio Floris.
Ora, allontanato definitivamente il rischio-cemento, sembra arrivato il momento di lavorare per un accordo, che già ai tempi dello scontro Regione-Coimpresa venne indicato da molti come la soluzione migliore. La domanda è: esiste la volontà di affrontare dopo anni di battaglie giudiziarie un problema che riguarda tutta la Sardegna? Nel futuro della più grande e preziosa area sepolcrale punico-romana dell’isola c’è ancora una catasta di carta bollata e una folla di avvocati, oppure diventerà un bene pubblico aperto al pubblico come il buonsenso impone? L’attesa di una risposta non sarà lunga: i milioni in ballo e gli interessi in gioco rappresentano il lubrificante ideale per abbreviare i tempi.
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