Aras messa in liquidazione in dubbio il futuro per 300

Svolta per l’Associazione regionale allevatori da mesi commissariata da Aia L’assessore Caria: «Non condivido la decisione alla vigilia dal vertice con Madia»

SASSARI. La messa in liquidazione dell’Aras decisa ieri dall’assemblea straordinaria dei soci di fatto segna la fine di circa 35 anni di storia dell’Associazione regionale allevatori. Si tratta di una svolta per certi versi non sorprendente della vertenza riguardante circa 300 lavoratori e in linea con quanto sta accadendo in tutta Italia, dove l’associazione madre, Aia (dietro cui c’è la Coldiretti nazionale) sta da anni lavorando per accentrare la gestione dell’assistenza in zootecnia e quella degli albi genealogici. Negli ultimi mesi questa operazione ha conosciuto una accelerata, con l’arrivo di due commissari e il trasferimento fuori dall’isola della gestione amministrativa e contabile.

È la fine di un sistema che, nonostante parecchi problemi finanziari, legati anche alla poca chiarezza sui trasferimenti dei fondi, ha comunque rappresentato un’eccellenza per le professionalità che ha saputo esprimere e per il contributo fornito al settore zootecnico sardo, il quale rischia ora di restare solo, con le conseguenze immaginabili. «Prendo atto, pur non condividendola, della decisione portata avanti dall'organo amministrativo ed assunta oggi dall'assemblea straordinaria dei soci dell'Ara – dichiara l'assessore regionale dell'agricoltura Pier Luigi Caria – Ho provato a chiedere un rinvio della decisione di almeno 30 giorni, anche alla luce di due novità importanti: il fatto che mercoledì (domani, ndc) verrà avviato, al Ministero della Funzione pubblica, il tavolo tecnico per il quale stiamo lavorando da tempo e la disponibilità di altri soggetti, emersa nelle audizioni consiliari, pronti ad intervenire». Che sono poi Consorzio del pecorino romano e 3A Arborea.

Ora non resta che sperare nella trattativa che mira a portare gli ormai ex lavoratori Aras in piccola parte (una quindicina massimo, stante la normativa attuale) dentro Laore previo concorso e il resto in una società in house della Regione, di nuova creazione: è l’ipotesi che sta salendo di quotazioni nelle ultime ore. In ballo non solo i posti di lavoro ma un intero sistema economico che per decenni si è appoggiato a veterinari, agronomi e ai tecnici del laboratorio di Oristano, tra i primi due d’Italia per qualità. Tutto questo sembra non interessare a chi da Roma sta agendo per massificare il settore e gestire risorse pubbliche (la Regione dà all’Aras quasi 14 milioni all’anno).

Il leader del Partito dei sardi, Paolo Maninchedda sul suo blog “Sardegna e libertà” si chiede «perché dare l’assenso ad un nuovo modello organizzativo e non rivendicare un ruolo differente per il modello Sardegna, come ha ottenuto il Trentino Alto Adige?» E ancora, parlando di interessi “nazionali” dell’isola, se sia chiaro che questi «non coincidono con quelli della Coldiretti italiana di impossessarsi e accentrare i servizi» e se la Sardegna abbia «una sua politica agricola animata dalla consapevolezza degli interessi propri dei Sardi, senza dover avere paura di un sindacato».

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