Il pg: «Zedda non ha commesso abusi»
di Mauro Lissia
Caso Lirico, l’accusa chiede la conferma dell’assoluzione per il sindaco di Cagliari
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CAGLIARI. Manca l’elemento costitutivo del reato di abuso d’ufficio «perché una cosa sono le analisi dei fatti politici, un’altra i processi penali»: a sorpresa, l’accusa pubblica si fa difesa e per il sindaco Massimo Zedda arriva la richiesta di respingere il ricorso in appello presentato dalla Procura e dalla parte civile contro la sua assoluzione decisa dal tribunale il 23 marzo di due anni fa perché anche nel primo giudizio emerse l’insussistenza dei fatti contestati al primo cittadino dal pm Giangiacomo Pilia. Il pg Giancarlo Moi ha parlato un’ora secca davanti al collegio di secondo grado presieduto da Antonio Onni. Fin dalle prime battute s’è capito che la sua lettura della controversa nomina di Marcella Crivellenti al vertice del teatro lirico di Cagliari era in linea con quella del tribunale: «E’ vero che il curriculum della Crivellenti non si trovava fra le 44 manifestazioni d’interesse arrivate agli uffici del teatro - ha ricordato Moi - ma non basta la pur autorevole sentenza del Tar, che annullò la nomina, per dire che l’aver ignorato quella lista significhi commettere un reato, se i nomi non erano soddisfacenti il sindaco-presidente della Fondazione poteva anche ignorarla, come ha fatto». In altre parole: «Siamo di fronte a una scelta, quella di indire una manifestazione d’interesse, fatta in perfetta trasparenza, che poi viene interpretata come un modo per farsi del male. Ma attenzione, non era un bando». Non era un bando ma una raccolta di curriculum, cui viene aggiunto dal sindaco quello della Crivellenti, suscitando la reazione di una parte del consiglio di amministrazione «che peraltro, se sussistesse l’abuso d’ufficio, avrebbe contribuito al reato approvando all’unanimità la nomina». Ma quel curriculum - ha sostenuto Moi - non viene aggiunto per favorire qualcuno o svantaggiare altri, per l’accusa non c’è traccia nel procedimento di un’intenzione del genere. Allora - ha chiesto implicitamente il magistrato - perché contestare l’abuso d’ufficio? «Noi magistrati dobbiamo lavorare in funzione della legalità, non per portare a casa questo o quello». Su questo punto della requisitoria nell’aula della Corte d’Appello è calato il gelo, l’affermazione del sostituto procuratore generale ha suonato come un richiamo esplicito, di taglio polemico, all’azione della Procura che portò Zedda al giudizio con l’accusa di un doppio abuso d’ufficio. Invece - così ha stabilito la prima sentenza - Zedda avrebbe lavorato e deciso solo nell’interesse collettivo: «Non per dare uno stipendio illecito alla sovrintendente - ha spiegato il pg - ma per controllare le spese del teatro, che produceva cartelloni prestigiosi ma con costi enormi». Richiamata più volte la genericità dell’atto di opposizione alla sentenza, Moi ha liquidato la vicenda che ha condotto al secondo capo d’imputazione, la revoca dal consigliere di amministrazione Giorgio Baggiani: non c’è stato danno o vantaggio per alcuno, non c’è abuso d’ufficio.Il 13 luglio parlerà il difensore Fabio Pili, subito dopo i giudici andranno in camera di consiglio per la sentenza.
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