La Nuova Sardegna

Sassari e la crisi: la città si chieda che idea ha di sé

Antonietta Mazzette
Platamona
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Platamona

Città turistica? Universitaria? La risposta è sempre negativa. C'è chi l'ha pensata come città di mare, il sogno può essere rilanciato iniziando dal piano della mobilità

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Come un fiume carsico riappare il dibattito sulla crisi della città di Sassari, le cui ragioni sono tante e tutte connesse tra loro. Ne segnalo alcune. Anzitutto, la crisi di Sassari ha molto a che fare con l'uso che negli ultimi cinquant'anni si è fatto del territorio interno ed esterno alla città compatta. Da quest'uso discendono molti degli attuali problemi in termini di organizzazione degli spazi, distribuzione dei servizi e accessibilità.

In secondo luogo, la crisi è andata di pari passo con la perdita di ruolo di capoluogo di un territorio con insediamenti importanti, quali Alghero e Porto Torres, e con un rapporto sempre irrisolto con Olbia. In terzo luogo, la mobilità delle persone e delle merci si fonda tuttora su infrastrutture inadeguate che comportano l'uso dominante dell'automobile.

Al fine di contribuire al dibattito, parto da due domande. Di che cosa è fatta la città? Ciò è ben chiaro fino agli anni '70 del Novecento, poi diventa tutto abbastanza fumoso. Naturalmente Sassari non era un Eden, giacché continuava a mantenere molti aspetti di diseguaglianza ereditati dal passato e accentuati dallo squilibrio territoriale creatosi con l'industria insediata a Porto Torres. Va però riconosciuto che Sassari fino a tutti gli anni '70, stava dentro il complessivo mutamento del centro-nord italiano. Infatti, la sua cultura urbana era in sintonia con questa parte d'Italia: dalla costruzione del grattacielo in piazza Castello fino alla pratica urbanistica (riformista) delle periferie. In altri termini, la frattura città/territorio e città storica/città nuova, è stata una caratteristica urbana italiana dei decenni '50-'70, dentro la quale si è collocata pienamente Sassari.

Sassari si discosta dal mainstream urbano negli anni '80, ad esempio: con l'abbattimento di parte del patrimonio liberty, con il definitivo abbandono del centro storico da parte del ceto medio; con lo sviluppo assurdo dell'area cosiddetta industriale (Predda Niedda), trasformatasi in una caotica zona che ha depresso il commercio cittadino, compreso quello fondato sulla grande distribuzione; con l'incapacità di confrontarsi con i principi di sostenibilità. Nonostante altrove vi fossero già i primi segni di recupero storico e di attenzione all'ambiente urbano; segni che hanno condotto in anni recenti ai numerosi interventi di riqualificazione che hanno coinvolto gran parte delle città europee e italiane, e che i sociologi urbani hanno definito Nuovo rinascimento urbano. Rinascimento al quale Sassari non ha partecipato.

La crisi di cui stiamo pagando oggi alti costi è strettamente legata al fatto che Sassari non ha saputo ripensarsi, all'indomani della crisi della città moderna (che ha coinciso con la crisi della grande industria ancorata al territorio), come è invece avvenuto altrove.

Sassari che idea ha di se stessa? Dare una risposta non è un esercizio accademico perché bisogna: avere consapevolezza e conoscenza di sé; saper individuare gli elementi attorno a cui costruire un'idea di città; saper utilizzare i caratteri principali della città come un filo rosso con il quale ipotizzare un possibile futuro. Giungere a una definizione-simbolo è l'esito di questo processo. Ad esempio, Sassari può essere definita (e si percepisce come) una città universitaria? E ancora, Sassari è una città turistica?

Nonostante la presenza di un antico ateneo e di un importante patrimonio storico-architettonico, compreso il fatto che parte dei suoi confini stiano sul mare (l'Argentiera e la rotonda di Platamona), la risposta è negativa in entrambi i casi. Eppure, in un passato non remoto vi è stato chi ha pensato a Sassari come a una città di mare, bonificando paludi e ipotizzando lo sbocco a mare con un collegamento tramviario. Si può riprendere questo sogno realizzabile? Sì, iniziando a tirare fuori dai cassetti pubblici il piano di mobilità a suo tempo approvato e riadattarlo alle nuove esigenze, tenendo conto dei piani strategici elaborati dalle amministrazioni negli scorsi anni.

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