Sassari e la crisi: la città si chieda che idea ha di sé
Città turistica? Universitaria? La risposta è sempre negativa. C'è chi l'ha pensata come città di mare, il sogno può essere rilanciato iniziando dal piano della mobilità
Come un fiume carsico riappare il dibattito sulla crisi della città di Sassari, le cui ragioni sono tante e tutte connesse tra loro. Ne segnalo alcune. Anzitutto, la crisi di Sassari ha molto a che fare con l'uso che negli ultimi cinquant'anni si è fatto del territorio interno ed esterno alla città compatta. Da quest'uso discendono molti degli attuali problemi in termini di organizzazione degli spazi, distribuzione dei servizi e accessibilità.
In secondo luogo, la crisi è andata di pari passo con la perdita di ruolo di capoluogo di un territorio con insediamenti importanti, quali Alghero e Porto Torres, e con un rapporto sempre irrisolto con Olbia. In terzo luogo, la mobilità delle persone e delle merci si fonda tuttora su infrastrutture inadeguate che comportano l'uso dominante dell'automobile.
Al fine di contribuire al dibattito, parto da due domande. Di che cosa è fatta la città? Ciò è ben chiaro fino agli anni '70 del Novecento, poi diventa tutto abbastanza fumoso. Naturalmente Sassari non era un Eden, giacché continuava a mantenere molti aspetti di diseguaglianza ereditati dal passato e accentuati dallo squilibrio territoriale creatosi con l'industria insediata a Porto Torres. Va però riconosciuto che Sassari fino a tutti gli anni '70, stava dentro il complessivo mutamento del centro-nord italiano. Infatti, la sua cultura urbana era in sintonia con questa parte d'Italia: dalla costruzione del grattacielo in piazza Castello fino alla pratica urbanistica (riformista) delle periferie. In altri termini, la frattura città/territorio e città storica/città nuova, è stata una caratteristica urbana italiana dei decenni '50-'70, dentro la quale si è collocata pienamente Sassari.
Sassari si discosta dal mainstream urbano negli anni '80, ad esempio: con l'abbattimento di parte del patrimonio liberty, con il definitivo abbandono del centro storico da parte del ceto medio; con lo sviluppo assurdo dell'area cosiddetta industriale (Predda Niedda), trasformatasi in una caotica zona che ha depresso il commercio cittadino, compreso quello fondato sulla grande distribuzione; con l'incapacità di confrontarsi con i principi di sostenibilità. Nonostante altrove vi fossero già i primi segni di recupero storico e di attenzione all'ambiente urbano; segni che hanno condotto in anni recenti ai numerosi interventi di riqualificazione che hanno coinvolto gran parte delle città europee e italiane, e che i sociologi urbani hanno definito Nuovo rinascimento urbano. Rinascimento al quale Sassari non ha partecipato.
La crisi di cui stiamo pagando oggi alti costi è strettamente legata al fatto che Sassari non ha saputo ripensarsi, all'indomani della crisi della città moderna (che ha coinciso con la crisi della grande industria ancorata al territorio), come è invece avvenuto altrove.
Sassari che idea ha di se stessa? Dare una risposta non è un esercizio accademico perché bisogna: avere consapevolezza e conoscenza di sé; saper individuare gli elementi attorno a cui costruire un'idea di città; saper utilizzare i caratteri principali della città come un filo rosso con il quale ipotizzare un possibile futuro. Giungere a una definizione-simbolo è l'esito di questo processo. Ad esempio, Sassari può essere definita (e si percepisce come) una città universitaria? E ancora, Sassari è una città turistica?
Nonostante la presenza di un antico ateneo e di un importante patrimonio storico-architettonico, compreso il fatto che parte dei suoi confini stiano sul mare (l'Argentiera e la rotonda di Platamona), la risposta è negativa in entrambi i casi. Eppure, in un passato non remoto vi è stato chi ha pensato a Sassari come a una città di mare, bonificando paludi e ipotizzando lo sbocco a mare con un collegamento tramviario. Si può riprendere questo sogno realizzabile? Sì, iniziando a tirare fuori dai cassetti pubblici il piano di mobilità a suo tempo approvato e riadattarlo alle nuove esigenze, tenendo conto dei piani strategici elaborati dalle amministrazioni negli scorsi anni.
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