La Nuova Sardegna

"Algue, ses la mes bella": l’omaggio di Antonio Marras alla sua città natale

di Antonio Marras
"Algue, ses la mes bella": l’omaggio di Antonio Marras alla sua città natale

Alghero rilanciata da “Forbes”: e lo stilista la racconta. «Quando sono lontano la saudade mi prende il respiro» 

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Qualcuno mi deve spiegare perché mi piace così tanto Alghero. Perché quando sono lontano sento quella saudade che mi prende il respiro? Perché quando l’aereo mi riporta a casa e sorvola la città mi si riempie il cuore di gioia: dall’alto è il paradiso terrestre. Con il tempo impari ad aspettare quell’attimo: si apre il portellone, un soffio di aria si infila nel corridoio e il profumo di elicriso ti stende: ebbrezza e tranquillità, cosa si può chiedere di più? Sei finalmente a casa, tutto è come deve essere. I sardi di mare, come me, sono un capitolo a parte e Alghero è la culla di questa stirpe. Siamo abituati a un clima mite e dolce, agli scogli e alle insenature che difendono dai venti e dalle inquietudini. Il mare aperto, gli oceani, sono un’altra storia. Alghero è comunità di catalani che qui hanno messo radici, secoli fa, in un avamposto di Sardegna di fronte alla Spagna, dove da sempre si incrociano popoli e culture.

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Sono passati fenici, punici, romani, greci, bizantini, arabi, francesi, genovesi e, infine, catalani. Tutti hanno lasciato tracce cercando di ridurre a cenere le presenze di chi li aveva preceduti. Alghero, Barcellonetta per i nostalgici, s’Alighera per i sardi, l’Alguer per noi figli di mercanti e pirati è città fortificata che affonda i bastioni nelle acque del mediterraneo. Algue, sés la mes bella, già Carlo V l’aveva detto “bonita, por mi fé, e bien assentada.

Vivo in una casa-laboratorio in collina, tra ulivi e mare, la mia isola personale. Davanti, attraverso grandi vetrate, vedo il sole che tramonta infuocato dietro Capo Caccia, il gigante addormentato che difende e protegge la distesa marina. Alle spalle, il galoppo dei cavalli del vicino maneggio. I profumi del mirto e dell’elicriso, l’ambat, il maestrale, il mare, la llua in cui è dolce naufragar, mi circondano. Vedo anche le alte montagne di Villanova Monteleone che scendono a valle sino alla spiaggia della Speranza, la mia preferita, così selvaggia ed estrema, quasi inospitale. Alle spalle la chiesetta campestre, luogo di pellegrinaggio e preghiera.

La campagna di Alghero in primavera sembra Irlanda, un giardino selvatico pieno di vegetazioni esuberanti dove si mescolano le tinte scure degli uliveti coi colori chiari degli alberi da frutta e il rosseggiare delle vigne, il giallo delle ginestre e degli agretti e il rosso del mirto e il pervinca degli anemoni. Solo qua e là si vedono alte e malinconiche palme o lunghi filari di fichi d’India per ricordare la vicinanza all’Africa. Nella geografia scomposta e anarchica della campagna si riconoscono piccoli torrenti, asciutti d’estate e tortuose stradine che solcano terre in ogni direzione per arrivare a case, poderi, orti, vigne, uliveti, coltivazioni di fave e pascoli di cavallini e asinelli. Vivere così, fuori dal mondo, per me ha un valore aggiunto. Se nasci ai confini dell’impero sei spinto a dialogare, comunicare, vedere, cercare quel che c’è altrove. Un po’ come la siepe che chiude la vista, ma allo stesso tempo muove lo sguardo ad andare oltre, apre all’infinito. Dal limite nasce il desiderio, il sogno che invita a superare barriere e difficoltà.

Spostarsi da casa alla città è a un viaggio. Prima tappa la butiga che era di mio padre in via Roma 56, già carrer de la Mercè. Via principale del centro storico parte dalla torre di Porta Terra, una delle sei rimaste della fortezza. Come in ogni città mediterranea o orientale, le stradine sono strette e le finestre socchiuse per difendersi dalla calura. Le case si sviluppano in altezza, una stanza in ogni piano e scale strette e ripidissime: la cucina, dove si vive, è dabaix, di sotto. Passeggiando scorgi scene di vita familiare, spropositati televisori perennemente accesi, il tavolo con l’incerata a fiori e un vasetto con garofani possibilmente di plastica. In via Roma sono cresciuto. All’altezza della profumeria c’era il negozio di xa Joaniqeta che vendeva alimentari e soprattutto los ous de butxaca, pane dolce all’anice avvolto di candida e soffice glassa, la mia madeleine: il solo pensiero mi riporta all’infanzia e al ricordo di mio padre. Come tutti ad Alghero ho un xisto, un soprannome, sono lo fill de la cioccia, quando era piccolo mio padre andava a prendere il primo pane fatto a casa, la cocca, focaccia. Incontrava gli amici... èfi vina a jugar a ma nos altrus... e lui rispondeva no puc, tenc de portar la cioccia a ma iaia …. Lo pronunciava male e così è rimasto la cioccia. Ancora mi commuovo quando incrociando suoi vecchi amici dicono: “Oh lo fill de la cioccia, com estàs?”. Mia mamma invece è originaria di un paese in Anglona (zona a nord, ndr). Ad Alghero tutti i non indigeni vengono chiamati des vilatges, dei villaggi, tipo vandali. E mia nonna, che era un donnone, bellissima e imponente, la chiamavano Peppa la Zangara, non so perché. Il centro è la casa dei personaggi della città. C’era Jovetta, sempre in canottiera a dispetto di ogni condizione atmosferica. Vagava per le stradine acciottolate facendo il venditore ambulante di bibite, urlava lattinne, cocca colla. Poi il magico Pescarò a una mà, aveva un uncino al posto di una mano in seguito a un incidente di pesca di frodo. Grande cantante, suonava la chitarra con l’uncino tra Nicola di Bari, Jimi Hendrix e Caetano Veloso. Tutti, compreso mio zio Antonino, ritrovavano a giocare a carte, bere e fumare Nazionali senza filtro così tante che il bar/circolo in via Columbano era chiamato la “camera a gas”.

Imperdibile anche xia Mariamec, guardiana dei bagni pubblici di fronte al forte della Maddalenetta. Bassotta, nera nera ,baffi e occhietti ancora più scuri gestiva con autorevolezza il posto che sino agli Anni 70 era solo per uomini e poi, trasferito nei sotterranei dei giardini, diventò per i due sessi. Bello vedere Tore Camarrau, sempre in trocolos (zoccoli), gilet di jeans a pelle e capelli lunghi in coppia con Vincent Nurra pescava al rall. Vincent, che stava sulla muraglia a controllare i pesci che girandosi en baroc – sulla pancia – brillavano e luccicavano sull’acqua, doveva dare il segnale. Tore con una grande rete da gladiatore stava giù negli scoglietti e al grido tira el ral, tira el ral , la lanciava con gesti sicuri e fulminei. Sembrava che danzasse. Ovviamente ognuno degli astanti aveva da ridire soprattutto la Reina che di piazza santa croce è la vera regina.

Altro punto nevralgico, il circolo dei marinai. Si trova in piazza Civica, attuale salotto buono. Attraverso porta Salve ha l’unico accesso al mare dalle mura. Il passaggio, che adesso confina con il mio negozio, ha una teca struggente con la vergine del mare protettrice dei marinai e sbuca direttamente sul porto. In piazza Civica c’è anche palazzo Albis da dove si è affacciato Carlo V quando il 7 ottobre del 1541 si fermò ad Alghero diretto a Tunisi e ha regalato il famosissimo “todos caballeros”. E io, cavaliere, onestamente mi sento.

Passando da via della Misericordia all’angolo di via Cavour verso il mare, c’è la chiesetta del Carmelo, la mia preferita. Non che manchino chiese più importanti, come la cattedrale con un magnifico altare marmoreo e un campanile superbo, però mi è antipatica: ha sempre un ponteggio sulla facciata per perenne manutenzione. C’era anche quando mi sono sposato e mi ha rovinato le foto. Poi abbiamo san Michele, il patrono, con la cupola a mattonelle policrome, e poi San Francesco, la Misericordia e, in campagna, il santuario di Valverde, zeppo di ex voto. Ma la mia preferita resta il Carmelo: piccolissima, austera, molto povera. In realtà la mia prediletta era santa Clara, dove Leo, mio figlio si trova con gli amici, c’era sempre xiu Pauliqu Carigaiu che intrecciava le palme per cestini, borse o nasse. È sconsacrata e convertita in biblioteca della di Architettura: ma qualcuno mi vuole dire dove è andato il magnifico portone?

C’è un’altra viuzza che mi rappacifica col mondo, il carrer de la roda, da via cavour va in via doria. Qui venivano abbandonati i bambini indesiderati o illegittimi su una ruota a forma di tamburo che aveva uno sportello sulla strada e uno aperto verso l’interno in modo da poter introdurre il neonato senza essere visti.

Una custode la mattina si occupava di recuperare l’infante e denunciarlo all’anagrafe. In funzione sino agli Anni 30 e tutti i Fortunato/a, Pio/a, Casto/a etc etc sono suoi figli.

La passeggiata più bella, quella che ti apre il cuore anche quando sei di tutt’altro umore, è sui bastioni. Da quello della Maddalena sali gli scalini per quello magellano arrivi alla torre di Sant Elmo, poi per i Pigafetta e Marco Polo e Cristoforo Colombo sempre camminando con il mare sulla destra superi piazza Sulis, villa Mosca, il chioschetto poi el tro’ e las tronas sino al mirador de balaguer, oggi piazza Giuni Russo: non riesco a pensare che si possa avere di più.

Un cielo alto che neanche Parigi, un tramonto che in Africa se lo sognano, un volo di gabbiani che neppure alle Galapagos e sullo sfondo un imponente penisola, caput hermeu, gigante che dorme sul mare mentre il faro illumina come una stella cometa. Facile naufragare.

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