La Nuova Sardegna

La Pelosa, un luogo di bellezza platonica

Vanessa Roggeri
La Pelosa di Stintino (foto Instagram di Giusi Casada @giusicasada)
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La Pelosa di Stintino (foto Instagram di Giusi Casada @giusicasada)

Una spiaggia-gioiello da difendere: perché il turismo è una risorsa e non deve diventare la nostra condanna

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Da oltre 5 secoli la Torre della Pelosa, una delle 105 torri di avvistamento difensivo che punteggiano le coste della Sardegna, è muta guardiana dell’omonima spiaggia: La Pelosa. In passato la minaccia era costituita dagli assalti pirateschi alle comunità rivierasche; oggi la spiaggia, ritenuta tra le più incantevoli del mondo, ha ragione di temere il vento, l’erosione e i vacanzieri, minacce di ben altra natura e che tuttavia non destano meno preoccupazioni degli antichi fantasmi. Giancarlo Bovina è il geologo dell’Icram, l’istituto che ha avuto l’incarico di monitorare e studiare la salvaguardia e il recupero della spiaggia.

Nel 2006 Bovina ha detto: «La Pelosa rappresenta un miracolo geologico per questo suo continuo movimento, un fenomeno tutto particolare tale da renderla una spiaggia unica. E se questa è la causa del suo successo, è anche causa della sua condanna». La Pelosa è in continuo mutamento, subisce i flussi e i riflussi delle mare e il gioco dei venti dominanti - il maestrale e il levante - che plasmano la fisionomia del suo delicato ecosistema fino a produrre veri e propri stravolgimenti, come è accaduto nel febbraio del 2017 quando una violenta tempesta ha eroso il fondo sabbioso fino a esporre la roccia sottostante. Ma il movimento in natura è anche sinonimo di vita e chi ammira La Pelosa con i propri occhi sente che la vita, in questo angolo di paradiso in terra, si esprime con una bellezza talmente perfetta e pura da richiamare quasi al concetto platonico di bellezza intesa come entità che esiste autonomamente, distinta dal corpo fisico che la esprime.

Sono pochi i luoghi di bellezza al mondo che come La Pelosa implicitamente, con una comunicazione sottile e inintelligibile, confermano allo spirito dell’osservatore che un rapporto tra macrocosmo e microcosmo esiste, che un rapporto di armonia tra uomo e Dio e tra universo e natura esiste. Queste proporzioni divine sono da ricercarsi nella purezza delle sue acque, nelle strutture dei suoi granelli, nella sezione aurea delle sue conchiglie; l’infinitesimale perfetto che si rispecchia nella composizione del suo paesaggio e che colpisce con la potenza di un incantesimo. Le teorie incentrate sulla sezione aurea e sui complessi calcoli aritmetici e geometrici sono state applicate per secoli dagli artisti ossessionati dalla perfezione estetica, e non è un caso che opere come la Monna Lisa o le cattedrali medievali, progettate seguendo le divine proporzioni, riescano a produrre una particolare attrazione nello spettatore.

La Pelosa è un’opera d’arte naturale, ma non è solo un monumento che deve essere difeso dalla propria mutevolezza. Nel suo caso specifico, per preservarne la fragile bellezza è necessario che l’essere umano argini in maniera drastica l’essere umano dalla smania di profanazione, dalla sete di invasione priva di discernimento. Ricordo che da bambina avevo il desiderio fortissimo di vedere la foca monaca nel suo ambiente naturale, la Grotta di Nettuno. La vacanza alla ricerca del mitico animale fu suggestiva tanto che ancora ne ho memoria, ma della mia chimera neppure l’ombra. La foca monaca non abitava più la Sardegna, era stata definitivamente cacciata via dalla nostra invadenza, anche dalla mia. Perché quando non è proprio l’inciviltà a procurare i danni peggiori, è la brama di calpestare la sacralità della natura a fare della massa un problema.

Perché la massa, parliamo di 7 mila vacanzieri al giorno, per definizione non ha identità: prende, usa, consuma, sradica, viola e distrugge senza avere reale percezione dei propri comportamenti, come se le azioni dei singoli individui fossero deresponsabilizzate dal fatto di essere parte di un corpo più grande quale è la massa. Ma noi sardi, che abitiamo la nostra terra e siamo la nostra terra, un’identità l’abbiamo e vogliamo tenercela stretta. Per farlo dobbiamo fare i conti con l’onere e l’onore di dover curare un territorio di immensa bellezza, una terra che seppure ci appartiene non potremo mai possedere veramente.

In un’epoca in cui la Sardegna troppo spesso ha dimostrato di piegarsi alle logiche economiche o di servitù fin quasi a perdere se stessa, ben vengano sindaci e amministratori locali come Antonio Diana che decidono di mettere in campo un nuovo regolamento che limiterà l’invasione selvaggia, preservando l’arenile da contaminazioni e passaggi indiscriminati. Si tratta soltanto di una misura iniziale di limitazione dei danni, 8 articoli di grande efficacia che porteranno alla realizzazione di un piano di riqualificazione che avrà i suoi indubbi effetti positivi. Perché è bene non dimenticare mai: il turismo è una risorsa e non deve diventare la nostra condanna.

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