La Nuova Sardegna

Più competenze per aumentare la produttività

Luca Deidda
Studenti a Sassari
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Studenti a Sassari

L'economia sarda è ancora poco competitiva. Quattro proposte per migliorare. Soprattutto, servono più laureati e più giovani che vengano a studiare da noi

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La fotografia che ci offre il rapporto del CRENoS presentato venerdì a Cagliari ribadisce un punto-chiave: la causa della condizione della Sardegna in termini di sviluppo economico, e della sua incapacità di tenere il passo dell'Europa, è strutturale. L'imputato è noto alla corte perché opera nella nostra Isola e nel nostro Paese da decenni e ha un nome: produttività. Che vuol dire poi, più in generale, competitività. I nostri lavoratori, i nostri fattori produttivi, sono meno produttivi che altrove e ciò è sempre più vero col passare del tempo. In Italia il tasso di crescita della produttività totale dei fattori nel periodo 1990-2008 è stato mediamente dello 0,6% all'anno, in Sardegna -0,4%; contro il 2% tedesco. Se stimassimo lo stesso indicatore per il decennio successivo il risultato non sarebbe molto diverso.

Ecco perché arranchiamo. Ma il rapporto ci dice anche che: si... può... fareee, come gridava il Dr Frankenstein nella parodia di Mel Brooks. Il numero di startup innovative sarde è triplicato dal 2013 e il dato a marzo 2018 è in linea con il resto del Paese: settore chiave è la produzione di software e la consulenza informatica. Alcuni settori tirano: l'agroalimentare (potenzialmente ad alto contenuto innovativo) e il turismo (pure). Come mai i nostri lavoratori e i nostri fattori sono meno produttivi che altrove? Investimenti, competenze, governance.Competenze: il rapporto CRENoS è chiaro. Meno sardi laureati rispetto all'Europa, sia in generale che nelle materie tecnico-scientifiche. Investimenti: sono pochi; reggono un po' quelli pubblici. Quali politiche? La governance dei processi che dovrebbero allocare le risorse agli usi migliori è inefficiente, specie nel pubblico. Nel privato, la dimensione d'impresa incide: le micro imprese non sempre hanno tutte le competenze in house per operare le scelte migliori. Nel pubblico l'allocazione delle risorse è spesso frutto di logiche che poco hanno a che fare con le competenze, e così abbiamo in molti casi la persona sbagliata al posto sbagliato. Una prima politica pubblica dovrebbe essere quella di migliorare la qualità del reclutamento, a tutti i livelli, incluse le posizioni dirigenziali: le competenze, la qualità del curriculum, prima di tutto.

La seconda politica riguarda la qualità dei processi e il controllo di gestione. Investimenti pubblici efficaci dipendono dalla competenza dell'amministrazione e dalla qualità dei processi che determinano la tempestività della spesa; il controllo di gestione è determinante per migliorare tale qualità.

Terza politica: servizi alle imprese. Servizi commerciali, ma non solo; i trasporti sono un classico: non a caso le nostre startup fanno software... che è facile da trasportare! Si può pensare a una task force di consulenti con contratti incentivanti che forniscano alle micro imprese le competenze che queste non possono sviluppare in house; ma si può anche diffondere le best practice in materia di servizi in rete che già si stanno affermando nell'Isola; penso ai circuiti creditizi. I competence center di Industria 4.0 sono un altro esempio: supermercati che offrono competenze di istituzioni universitarie e grandi imprese mettendole al servizio del territorio. Servizi e interventi indirizzati a settori particolari? Non credo: che sia il privato a decidere dove investire; il pubblico deve creare le condizioni, le infrastrutture materiali e immateriali.

Competenze: quarta politica. Lotta alla dispersione scolastica e finanziamenti all'istruzione. Su questo è stato fatto molto e i risultati iniziano a vedersi. Forse sarebbe utile agganciare i finanziamenti agli esiti. Un policy maker che impiega tanti soldi dovrebbe avere parte attiva nell'allocare le risorse in base ai risultati. Ci servono più laureati, specie in materie scientifiche e tecniche, il che non vuol dire che non ci servono laureati in materie umanistiche, ma che magari in quest'ambito bisogna far entrare la tecnologia. Certamente più laureati sardi, ma non solo, più laureati che vogliano lavorare in Sardegna. E allora, dobbiamo attrarre giovani a studiare da noi, a lavorare da noi. E qui, tutto ciò che ha a che fare con la residenzialità, universitaria e non, è materia di politica economica!

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