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Mario Segni: «La vera sfida sarà cambiare la Ue ma restiamo dentro»

Alessandro Pirina
Mario Segni: «La vera sfida sarà cambiare la Ue ma restiamo dentro»

Il leader referendario sulla nascita del governo Conte

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«Un epilogo imprevedibile, e anche un po’ pittoresco». Mario Segni commenta così la nascita del governo Conte al termine di una settimana che ha visto l’Italia tornare nei panni di sorvegliata speciale dall’Europa. Per il leader storico dei referendari sarà proprio la partita con Bruxelles la sfida principale dell’esecutivo targato 5 stelle-Lega.

Segni, dopo 90 giorni l’Italia ha un governo.

«Siamo di fronte a delle forze nuove che non erano mai state al governo prima. Forze che guideranno il Paese per un lungo periodo, anche perché in giro non c’è alternativa e non credo ci siano le condizioni perché si formi in breve tempo. Non conosco il nuovo presidente del Consiglio, ma penso che il suo governo rifletta la caratteristica dei partiti che lo compongono. Una buona dose di improvvisazione più alcuni politici di peso come Salvini, il dominatore della crisi, e alcuni tecnici, una risorsa a cui la politica si rivolge spesso».

Nel governo c’è anche il sardo Paolo Savona, passato dalla Economia alle Politiche europee dopo il no di Mattarella.

«Dire no a Savona ritengo sia stato un errore politico. Non entro nella questione costituzionale. Ma si è detto a Savona per evitare il sobbalzo finanziario, poi la crisi è scoppiata il giorno dopo. Se la situazione non fosse stata riacciuffata in tempo saremmo andati incontro a elezioni devastanti per il Paese».

Cosa pensa di Savona?

«Non è il rivoluzionario che è stato dipinto. Tutti i professori che vanno in politica così bruscamente corrono il rischio di essere inflessibili sulle loro teorie, di essere rigidi e teorici. Mi auguro che con la sua intelligenza Savona sia più politico».

C’erano alternative al governo M5s-Lega?

«Sarebbe stato meglio percorrere una strada di governo di centrodestra, sarebbe stata una soluzione più equilibrata. Ora si sono unite le due forze della protesta e il rischio è che si gasino e non riescano a controllare proprio la protesta. Io non voterei mai la fiducia».

Quali sono le principali sfide che attendono Conte?

«Sicuramente l’Europa. Lega e 5 stelle si sono impegnati a cambiare le cose senza rotture clamorose. Vogliono riuscire in quello in cui i governi precedenti non sono riusciti per niente. È una strada difficile e bisogna vedere se sapranno percorrerla. Questo è il vero quesito. Non è un problema di Savona ma dell’intero governo e di tutti noi. Il rischio di una rottura con la Ue porterebbe a una crisi finanziaria di enormi proporzioni. L’Europa non è solo un fattore economico. E soprattutto noi non siamo l’Inghilterra che può permettersi la Brexit. L’Italia è un Paese ancora giovane e debole».

Sulla politica estera l’Italia è oggi più vicina alla Russia che agli Usa?

«Il vero problema dell’Italia è Trump, non si può sottovalutare la questione dazi. Trump non guida più lo stato amico per eccellenza. Il mondo cambia con una velocità impressionante, è impossibile prevedere come sarà il futuro».

Lei è il padre della Seconda repubblica. Ora siamo nella Terza: vede analogie?

«Negli anni ’90 era crollato il sistema dei partiti. La Dc era sparita, mentre il Pci cambiando nome aveva resistito. Oggi è crollato anche l’altro pezzo. Allora però ci fu una strada tracciata dai referendum elettorali, un cammino poi distrutto dagli stessi partiti. Oggi siamo in una situazione peggiore, siamo tornati indietro. Per questo l’Italia ha bisogno non solo di una riforma elettorale, ma anche di un sistema presidenziale».

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