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Atti sessuali su un’operaia, sottufficiale sassarese condannato a due anni

Atti sessuali su un’operaia, sottufficiale sassarese condannato a due anni

Protagonista dell'episodio un sergente maggiore addetto alla mensa del Comando, Mani addosso alla donna, seguiti da minacce e dal licenziamento in tronco 

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CAGLIARI. Colpevole di tentata violenza sessuale, un sergente maggiore capo dell’Esercito è stato condannato a due anni di reclusione con la condizionale dai giudici della prima sezione del tribunale. Si chiama Salvatore Campus, ha 45 anni ed è di Sassari. Il tribunale presieduto da Tiziana Marogna gli ha inflitto anche l’interdizione dai pubblici uffici per un anno e la perdita della patria potestà. I fatti al centro del processo sono due e risalgono al 2013 e 2014, entrambi sono ricostruiti nella denuncia presentata da una cinquantenne che lavorava alle pulizie della mensa al Comando militare autonomo della Sardegna, a Cagliari, come dipendente di una ditta esterna.

La donna descrive - e ha confermato al dibattimento, che si è svolto a porte chiuse - le avances del sottufficiale, che era addetto al coordinamento e al controllo della mensa, battute e frasi a doppio senso, fino a quel giorno in cui secondo il capo d’imputazione la sorprese da sola e la strinse da dietro facendole saltare il reggiseno. Alla reazione della donna, il sergente maggiore Campus sembrò desistere dai tentativi di approccio, ma circa un anno dopo ci riprovò, per poi vendicarsi del diniego con richiami e minacce di sanzioni disciplinari.

Quando poi l’operaia riferì i fatti a una collega e a un altro militare, la conseguenza fu il licenziamento in tronco della donna. Reintegrata dal giudice del lavoro, l’addetta alle pulizie decise di rivolgersi alla magistratura. Il resto della vicenda è nelle carte del processo: il rinvio a giudizio firmato dal pm Liliana Ledda, l’atto di costituzione di parte civile elaborato dall’avvocato Carmelino Fenudi e la difesa del sottufficiale affidata all’avvocato Giacomo Crovetti.

Campus si è difeso al processo negando ogni addebito: «Mai avrei compiuto gli atti che mi vengono contestati, ancor meno li avrei compiuti al Comando militare, luogo per il quale nutro il massimo rispetto». I giudici però hanno creduto al racconto circostanziato della vittima e hanno accolto la tesi del pm e del patrono di parte civile. Ora la posizione del militare, condannato in primo grado, passerà con ogni probabilità all’esame della Corte d’Appello. (m.l.)
 

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