La Nuova Sardegna

Nella sanità insieme ai costi cresce il rancore

Eugenia Tognotti
Nella sanità insieme ai costi cresce il rancore

Il peso crescente della spesa privata provoca richieste di stop alla migrazione sanitaria fra le regioni e di interventi "punitivi" sui malati per fumo, alcol e droga

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È forse la prima volta, a quanto posso ricordare, che parole ed espressioni muscolari come "rancore sordo", "rabbia", "malanimo", "risentimento" prendono corpo in un Rapporto ufficiale fitto di numeri, percentuali, tabelle, che danno conto dell'escalation della spesa sanitaria privata e dei suoi deleteri effetti sui redditi più bassi. Né ha precedenti la richiesta di penalizzare con tasse, o con limitazioni nell'accesso alla sanità, dei cittadini che, con le loro abitudini controproducenti per la salute (fumo, alcol, droga) appesantiscono il carico sociale delle infermità, influendo sui costi del sistema sanitario nazionale. Non solo. È anche un'assoluta novità la rappresentazione in cifre della fiducia e della speranza che la politica operi per cambiare qualcosa sulla base all'appartenenza politica: i più "ottimisti" - quasi la metà - sono gli elettori del M5S e quelli della Lega; mentre meno di un terzo di quelli del Pd e di Forza Italia si aspetta che la politica imprima una svolta alla sanità.

Del resto, a giustificare la quantificazione del sentiment degli italiani verso la sanità e lo sconfinamento dal linguaggio asettico, proprio di questo genere di documento, sono proprio le cifre. Che parlano da sole, come si dice, nel densissimo Rapporto Censis-Rbm Assicurazione salute presentato ieri a Roma, nel giorno dell'Welfare Day. La spesa sanitaria privata raggiungerà quota 40 miliardi quest'anno e prosegue la sua corsa all'impazzata, mentre, dal 2010 al 2016, quella pubblica pro-capite reale ha subito una diminuzione dell'8,8 per cento.

È proprio la crescita della spesa sanitaria privata (per il 90 per cento non mediata da fondi integrativi o mutue) e l'aumento del suo peso specifico sui redditi familiari più bassi, rispetto a quelli più elevati, a creare disuguaglianza e risentimento. Un esempio. Fatta 100 l'incidenza della spesa sanitaria sui consumi delle famiglie italiane, per quelle operaie è pari a 106, per quelle degli imprenditori 74. Aggiunge qualcosa, a questo quadro, anche la graduatoria regionale. Influenzata da tanti fattori di segno diverso, indica che l'incidenza della spesa sanitaria privata sul reddito delle famiglie pesa anche nelle aree "povere", dove i cittadini devono pagare di tasca propria: la Sardegna, per dire, è settima in una graduatoria che vede ai primi posti regioni ricche come Valle d'Aosta e Friuli.

Scorrendo le voci di spesa più consistenti - e cioè farmaci, visite specialistiche, analisi e accertamenti diagnostici - s'impone l'evidenza del peso nell'acquisto di prestazioni, ostacolate anche da liste d'attesa troppo lunghe. Disfunzione che spinge chi ha urgente necessità a spendere di tasca propria, cosa che, per i redditi più bassi, comporta il ricorso a prestiti di familiari e amici, a istituti di credito; e, addirittura, alla cessione di un immobile, realtà che ha riguardato circa tre milioni di italiani.

In un futuro in cui (in assenza di interventi) sono destinati a crescere i costi sostenuti dagli italiani per la salute, il prevedibile aumento delle disuguaglianze sanitarie amplifica "la diffusa percezione di iniquità sociale" e fa fermentare un "rancore sordo", che porta a "chiudere": con l'accesso alle cure di "immigrati" sanitari provenienti da altre regioni e con chi con i propri comportamenti pregiudizievoli per la salute (come i tabagisti irriducibili), fa aumentare i costi dell'assistenza sanitaria per l'intera comunità. In un'ottica diversa, l'idea di possibili interventi «punitivi» nei confronti di comportamenti dannosi per la salute, il cui costo sociale grava sul sistema sanitario, aveva già fatto la sua comparsa qualche anno fa, quando il Governo aveva annunciato una serie di iniziative contro le morti evitabili, con campagne di sensibilizzazione per il contrasto a fumo, obesità e pratiche alimentari scorrette.

Per i più riottosi a cambiare abitudini erano previste sanzioni e altre misure di dissuasione. "Punitive", certo, ma in una diversa prospettiva: quella di "guadagnare salute" per tutti, in un Paese non diseguale.

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