Pd, Cucca si dimette ora un mese per l’accordo
di Umberto Aime
I 160 delegati si troveranno tra 30 giorni per eleggere il suo successore Scartate le ipotesi di un triumvirato di passaggio o di un collegio di sei saggi
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INVIATO AD ABBASANTA. Le dimissioni volontarie di Giuseppe Luigi Cucca alla fine sono arrivate, come un colpo di frusta sul Pd. «Dovevo farlo. Eravamo finiti in un vicolo cieco. Il tempo stringe, le elezioni regionali sono dietro l’angolo. Basta, sprecare ancora altre settimane», dirà tutto d’un fiato, il senatore, subito dopo aver annunciato l’addio con tre anni di anticipo sul mandato, in scadenza nel 2021. Il Pd da ventiquattr’ore è senza segretario. Fra trenta giorni l’assemblea dei 160 delegati avrà la possibilità di eleggere quello nuovo. Dovrà provare a farlo senza la scorciatoia della reggenza scaricata su un triumvirato e neanche delegare la soluzione a sei o più saggi scelti dalle correnti. L’assemblea è un organismo eletto e democratico, ha l’obbligo di tentarci, lo impone il regolamento. Oppure se l’accordo non dovesse essere trovato, in queste quattro settimane a disposizione, sarà azzerato tutto. Se così fosse, a settembre, spetterà invece al congresso degli iscritti rivotare, rispaccarsi e scegliere il successore di Cucca. La svolta s’è materializzata proprio nel momento in cui, a tre mesi e sei giorni esatti dalla batosta di marzo, alle Politiche, il Partito democratico ha dimostrato di essere ancora vivo, seppure agonizzante, nelle ultime elezioni comunali, finite a metà strada o quasi del cammino verso le prossime e decisive Regionali. Non è certo un caso che Cucca abbia scelto un «giorno dopo» per dimettersi, cioè all’indomani dell’ultimo giro nei seggi. Non lo è stato, un caso. «In queste amministrative – dirà dal palco – è arrivata l’ennesima conferma di quello che sostengo da sempre, ma spesso e purtroppo non mi avete ascoltato. Uniti siamo ancora fra i possibili vincitori, come potrebbe essere ad Iglesias, mentre divisi finiamo di sicuro fra gli sconfitti, come ad Assemini. Bene, oggi vi chiedo di ritrovare l’unità anche dentro il partito per riprendere a correre insieme. Nulla è ancora compromesso. Io sono per eleggere il nuovo segretario in assemblea, mentre temo che la riapertura improvvisa della stagione congressuale potrebbe trascinarci in un ennesimo scontro di cui invece non abbiamo bisogno». Cucca ha parlato a braccio per mezz’ora e l’ha fatto con un tono di voce sempre sostenuto, però senza mai aggredire la platea. Non sarebbe stato nelle sue corde, soprattutto per chi, sui titoli di coda, s’è sentito salutare così da un fedelissimo. «Ti posso chiamare santità per quello che hai sopportato in questi dodici abbondanti di segreteria?». Lui ha sorriso, come sempre, anche se nel monologo di poco prima qualche sasso dalla scarpa se l’è tolto. «Dopo il 4 marzo – le sue parole – mi sono messo a disposizione del partito, pur non sentendomi responsabile di quella sconfitta. Già da allora, ero pronto a dimettermi, con l’unica richiesta che non ci fosse però una crisi al buio. Ho pensato e proposto delle soluzioni, ma si scontrate, una dopo l’altra, contro quel male da cui non riusciamo a liberarci: la reciproca diffidenza. Aggiunta purtroppo a un’infinità di iniziative parallele e personali che hanno finito per avvelenare i pozzi». Subito dopo sarà ancora più diretto: «Non sono stato certo io, come invece qualcuno ha messo in giro, a tenere sotto ostaggio il partito. È stato il partito a farmi prigioniero e sentirsi soli non fa certo piacere. Troppe volte mi avete preso di mira e, alla fine, anche a me sono scattati i cinque minuti. Sia chiaro però: non sono più il segretario, ma non mi metterò da parte. Continuerò a lavorare, mettendoci ancora una volta la faccia, per allargare i confini del centrosinistra. Senza che sin da ora ci siano veti e pregiudizi, e questo dovrebbe essere anche il primo obiettivo del nuovo segretario». Che potrebbe essere? «Una figura autorevole, capace di rimettere assieme le molte anime del partito, senza però più l’esasperazione delle correnti. O anche un giovane che si assuma l’onore di fare da apripista al cambiamento di cui abbiamo bisogno e oggi preteso dagli elettori». Alle 18.45 Cucca è sceso dal palco fra gli applausi a scena aperta di chi l’ha sostenuto fino all’ultimo, i renziani e gli ex Diesse, quelli più tiepidi degli ex alleati di un anno fa, il gruppo popolare-riformista dell’area Fadda-Cabras, e gli altri quasi impercettibili della terza corrente, oggi in minoranza, capeggiata da Renato Soru. Il domani, nel Pd, è appena cominciato e il finale tutto da riscrivere.
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