La Nuova Sardegna

Il rientro dei Sassarini bentornati super papà

di Luigi Soriga
Il rientro dei Sassarini bentornati super papà

Dopo 6 mesi in Afghanistan il lungo abbraccio dei loro bambini

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ALGHERO. L’aereo di babbo è quello che fa più rumore di tutti. Al confronto Alitalia ed easyJet sono dei moscerini che ronzano timidi. E poi l’aereo militare è grigio come il cielo, con pochi oblò, e spunta dai nuvoloni in un istante, come certi supereroi quando i bambini li aspettano.

Perciò Mario, Alessio, Riccardo, Marco, Luca, Francesca, dai 5 ai nove anni ciascuno, hanno le antenne più reattive dei radar dell’aeroporto, e col naso all’insù scandagliano quella lastra di ghisa sopra Fertilia.

Sono le 12,30 e i supereroi sono stranamente in ritardo. Nei cartoni non sgarrano di un secondo. «Mamma, quando arriva babbo?». E poi: «Oh mà, dov’è l’aereo di babbo?». «È atterrato?». Più passano i minuti e più il mantra si fa martellante.

Si sono svegliati tutti carichi a cinque tacche, con quel prozac naturale che i bimbi autoproducono quando sanno di affacciarsi su una giornata speciale. Sono sei mesi che non abbracciano il loro papà, perché questa volta la missione della Brigata Sassari in Afghanistan è durata 180 giorni. Per un bambino è un’eternità. Ognuno ha un proprio modo di squadernare il calendario e di vivere la nostalgia.

Marco, per esempio, è un ometto di nove anni dal cuore soffice. «Gli manca moltissimo – dice la mamma – me ne accorgo. È sensibile. Va a frugare negli armadi, cerca le divise, mi chiede di lui». È seduto nei gradini, accanto al fratellino di pochi anni, e gli occhi raccontano quanto possa essere differente il modo di declinare la mancanza. Lui ha una gravità nello sguardo, un’apprensione quasi adulta. Tutto ciò che accade intorno, è inutile sfondo: le chiacchiere, l’andirivieni di divise, gli aerei che decollano. Lui è concentrato sull’aereo che non arriva. Sta in una bolla di introversione tutta sua, fatta di attesa e di felicità che vorrebbe esplodere. Il fratellino invece ha il ciuccio e gli occhi spensierati: il distacco dal papà non è ancora così denso.

Ci sono tre gemellini, Marco, Alessio e Riccardo. Arrivano da Macomer. Sembrano una serigrafia tanto sono identici: con i riccioli, il viso allungato, l’espressione vispa. Se la mamma li mischiasse come le tre carte, il padre, dopo sei mesi di lontananza, rischierebbe di sbagliare i nomi. «In verità li vede ogni giorno in videochiamata con Whatsapp. Santa tecnologia: meno male che ci sono gli smartphone ad accorciare le distanze. Ci guardiamo negli occhi, e ci tranquillizziamo a vicenda. Anni fa, quando ci si parlava da una cornetta, o con le lettere, era tutto più difficile. Mio marito ha già partecipato ad altre missioni, ci si illude di essere rodati, ma la verità è che alla lontananza non ci si abitua mai». Sono le 12,40 e l’areo più potente del mondo, quello più rumoroso, con il carico di 100 super papà, si è appena materializzato sulla pista. I diavoli rossi sono tornati dopo sei mesi di addestramento e assistenza a favore delle forze di sicurezza locali di Herat, nella regione ovest dell'Afghanistan. Hanno realizzato sistemi di videosorveglianza, costruito delle aree giochi negli orfanotrofi, hanno spalmato un po’ di balsamo in una terra piena di ferite. Ora i Sassarini del 152° reggimento, il generale Gianluca Carai, la bandiera di guerra, si prendono un po’ di riposo.

Il comitato d’accoglienza, all’aeroporto militare, è diviso in due: nel comando c’è la parte istituzionale, fatta di mostrine, sindaci, prefetto e strette di mano. Al circolo c’è quella più nazional popolare, con pochi gradi ma molta commozione. I bambini contano gli istanti: la sequenza rincorsa, salto e presa californiana al collo del papà, l’hanno provata nella fantasia centinaia di volte. C’è molta legna accatastata negli abbracci che seguono. 180 giorni sono tanti per ammucchiare sentimenti, paure, affetto e nostalgia. Quando i supereroi escono dal pullman, imbattibili nelle loro divise, tutta quella legna si accende in un’unica fiammata. I bimbi corrono, le mamme dietro a commuoversi. Saltano e si francobollano al petto, come piccoli panda. Qualcuno piange, appiccica le lacrime sulla guancia del babbo, e tuffa la faccia nello zucchero filato più dolce che c’è.

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