IL SENSO RINNOVATO DELLE VOCAZIONI
di GIANFRANCO SABA*
Infatti, se è percepibile un trend vocazionale negativo – per quelle vocazioni che potremmo considerare classiche-tradizionali - esistono tuttavia segnali che mostrano sia la perdurante fecondità di...
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Infatti, se è percepibile un trend vocazionale negativo – per quelle vocazioni che potremmo considerare classiche-tradizionali - esistono tuttavia segnali che mostrano sia la perdurante fecondità di queste vocazioni sia la presenza di nuove esperienze vocazionali di vita consacrata che di fatto estendono il concetto di vocazione, di consacrazione e di chiamata.
Quando si parla di vocazioni si deve tener presente che la proposta vocazionale – al matrimonio, alla vita consacrata, al sacerdozio o ad altri stati di vita – è fondamentalmente kerigmatica, perché avvolta nel mistero del Dio che chiama e del chiamato che risponde all’amore. Ogni vocazione vera, infatti, inizia attraverso un incontro con Dio che dona una speranza nuova e conduce, anche attraverso prove e difficoltà, alla pienezza della gioia. Come afferma papa Francesco, «nella diversità e nella specificità di ogni vocazione, personale ed ecclesiale, si tratta di ascoltare, discernere e vivere la Parola che ci chiama dall’alto e che, mentre ci permette di far fruttare i nostri talenti, ci rende anche strumenti di salvezza nel mondo e ci orienta alla pienezza della felicità».
Anche il ruolo del sacerdote nella società contemporanea va visto alla luce dell’Evangelii Gaudium che ci propone non l’immagine di una Chiesa “castello sicuro e protetto”, ma di una Chiesa aperta verso l’esterno e all’incontro, che si prende cura dell’altro, del più debole, del bisognoso. È all’interno di questa Chiesa, di questa Chiesa “in riforma”, che occorre entrare avendo di fronte a sé un orizzonte ecclesiologico e non ideologico quando si parla di vocazioni sacerdotali. La Chiesa non è il “castello” nel quale si diventa sacerdoti per acquisire un ruolo con dignità sociale. Così non è stato per tanti sacerdoti, come dimostra la ricerca storico-religiosa, di matrice laica o religiosa, che ha posto in rilievo il contributo dato dal clero in Sardegna per la fine di un medioevo che teneva persone e strutture di Chiesa prive di un riconoscimento della dignità. Per coerenza alla verità teologica, di fronte ai dati statistici sulle vocazioni al sacerdozio occorre superare il pessimismo sterile, frutto di una visione parziale della realtà. Infatti, come afferma papa Francesco, «la memoria della vocazione ravviva la speranza». Non si può spezzare il rapporto tra la speranza e la memoria, in particolare se ci si riferisce alla memoria della vocazione. Siamo chiamati a dare testimonianza della gioia che nasce dalla risposta alla vocazione e a coltivare sane utopie! Consapevoli, da cristiani, che non siamo immersi nel caso, né trascinati da eventi disordinati. In questo momento storico, con lo sguardo rivolto al Sinodo dei Vescovi che si terrà ad ottobre e che papa Francesco ha voluto dedicare “ai giovani, alla fede e al discernimento vocazionale”. Un sinodo, che secondo la volontà del Papa non sarà una semplice «riflessione pastorale», ma dovrà offrire vie concrete che sappiano dare forma al «mondo di domani».
*Arcivescovo Metropolita di Sassari
Quando si parla di vocazioni si deve tener presente che la proposta vocazionale – al matrimonio, alla vita consacrata, al sacerdozio o ad altri stati di vita – è fondamentalmente kerigmatica, perché avvolta nel mistero del Dio che chiama e del chiamato che risponde all’amore. Ogni vocazione vera, infatti, inizia attraverso un incontro con Dio che dona una speranza nuova e conduce, anche attraverso prove e difficoltà, alla pienezza della gioia. Come afferma papa Francesco, «nella diversità e nella specificità di ogni vocazione, personale ed ecclesiale, si tratta di ascoltare, discernere e vivere la Parola che ci chiama dall’alto e che, mentre ci permette di far fruttare i nostri talenti, ci rende anche strumenti di salvezza nel mondo e ci orienta alla pienezza della felicità».
Anche il ruolo del sacerdote nella società contemporanea va visto alla luce dell’Evangelii Gaudium che ci propone non l’immagine di una Chiesa “castello sicuro e protetto”, ma di una Chiesa aperta verso l’esterno e all’incontro, che si prende cura dell’altro, del più debole, del bisognoso. È all’interno di questa Chiesa, di questa Chiesa “in riforma”, che occorre entrare avendo di fronte a sé un orizzonte ecclesiologico e non ideologico quando si parla di vocazioni sacerdotali. La Chiesa non è il “castello” nel quale si diventa sacerdoti per acquisire un ruolo con dignità sociale. Così non è stato per tanti sacerdoti, come dimostra la ricerca storico-religiosa, di matrice laica o religiosa, che ha posto in rilievo il contributo dato dal clero in Sardegna per la fine di un medioevo che teneva persone e strutture di Chiesa prive di un riconoscimento della dignità. Per coerenza alla verità teologica, di fronte ai dati statistici sulle vocazioni al sacerdozio occorre superare il pessimismo sterile, frutto di una visione parziale della realtà. Infatti, come afferma papa Francesco, «la memoria della vocazione ravviva la speranza». Non si può spezzare il rapporto tra la speranza e la memoria, in particolare se ci si riferisce alla memoria della vocazione. Siamo chiamati a dare testimonianza della gioia che nasce dalla risposta alla vocazione e a coltivare sane utopie! Consapevoli, da cristiani, che non siamo immersi nel caso, né trascinati da eventi disordinati. In questo momento storico, con lo sguardo rivolto al Sinodo dei Vescovi che si terrà ad ottobre e che papa Francesco ha voluto dedicare “ai giovani, alla fede e al discernimento vocazionale”. Un sinodo, che secondo la volontà del Papa non sarà una semplice «riflessione pastorale», ma dovrà offrire vie concrete che sappiano dare forma al «mondo di domani».
*Arcivescovo Metropolita di Sassari
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