La ripresa è troppo lenta e l’isola teme i dazi Usa
di Claudio Zoccheddu
Il Pil sardo cresce dell’1,1 per cento ma quello pro capite è tra gli ultimi in Europa La popolazione è sempre più anziana e il capitale umano non ha qualifiche
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SASSARI. La buona notizia è che il Pil sardo ha fatto registrare un segno positivo: +1.1 per cento. Quella cattiva è che la “ripresina” sarda procede con un passo lento, più di quello della maggior parte delle regioni italiane e di quasi tutte le regioni europee. Il dato del Pil pro capite, rilevato nel 2016, dice più di tante parole: la Sardegna è la 212esima delle 276 regioni europee. A complicare la situazione, poi, ci potrebbero riuscire i dazi proposti dal presidente Trump sui prodotti importati negli Usa che rappresentano un fetta “pesante” del totale delle esportazioni sarde.
Crescita e lavoro. “L’economia della Sardegna” ha messo insieme i dati prodotti dalla Banca d’Italia, dal Crenos e dalla sezione Centro nord Sardegna di Confindustria che hanno analizzato, confrontato e valutato le prospettive dell’isola. Il risultato è un quadro complicato che vede la Sardegna arrancare quando si leggono i dati economici, negativi per quanto riguarda la crescita e la disoccupazione: «Non riusciamo a trovare un percorso virtuoso – spiega Giuseppe Ruggiu, presidente di Confindustria nord Sardegna –, paghiamo un notevole gap infrastrutturale che si può superare risolvendo i problemi della continuità territoriale e dei trasporti, anche interni, e scommettendo sull’innovazione e su turismo».
Imprese e industria. Nel 2017 sono aumentati gli investimenti e la produzione industriale, è cresciuto l’export e il turismo. Nonostante questo, l’isola è uno degli ultimi vagoni del treno della ripresa: «La Sardegna è più povera rispetto alla media europea e ha un Pil inferiore alla media nazionale e a quella del Mezzogiorno – spiega Roberto Rassu, responsabile delle analisi economiche della Banca d’Italia –. La produttività totale dei fattori pone la manifattura sarda sotto la media nazionale». Bene invece l’export industriale, 30 per cento in più (per chimica, metalli e meccanica), male quello dell’agroalimentare. C’è un calo del credito, -2,6 per cento, mentre i dati sull’occupazione sono stabili ma crescono quelli nazionali. La disoccupazione è al 17 per cento ma sale di 9 punti quella misurata sul lungo periodo. Migliora, invece, la situazione economica delle famiglie (+2,7 per cento) e l’accesso al credito, soprattutto mutui (+13,5 per cento).
La popolazione. Ogni 100 giovani ci sono 167 anziani. Il tasso di natalità è crollato ed è salito quello di mortalità. La Sardegna è un’isola sempre più anziana. «L’età media dei sardi è di 46,1 anni – spiega Silvia Balia, professoressa dell’università di Cagliari e ricercatrice del Crenos – i giovani sono l’11 per cento mentre l’indice di vecchiaia (che misura il rapporto tra la popolazione anziana –65 anni e oltre– e la popolazione più giovane –0-14 anni, ndr) è drammaticamente alto: 195,5 contro il 165,3 del resto d’Italia». Anche le rilevazioni sul capitale umano non diffondono ottimismo: «Purtroppo è poco e non qualificato. Un esempio – conclude Silvia Balia –, i laureati sardi nelle materie scientifiche sono 18 su 100. In Romania hanno fatto meglio». Ci sono poi i neet, i giovani che non studiano e non cercano lavoro: 24 per cento in Sardegna, appena l’11 in Europa.
I dazi Usa. È ancora presto per fare i conti ma il rischio è grossissimo. Il rapporto tra l’isola e gli Stati Uniti è più stretto di quanto possa sembrare e in ballo ci sono centinaia di milioni di euro. Sono 101 quelli prodotti da alimentare e bevande, 67,8 arrivano dalla raffinazione del petrolio. Poi ci sono i prodotti in metallo (1,2 milioni), le macchine e gli impianti (5,7 milioni), i mezzi di trasporto (5,4 milioni). I dazi farebbero aumentare i costi che impedirebbero le esportazioni. Uno scenario da incubo per chi ha canali commerciali aperti.
Crescita e lavoro. “L’economia della Sardegna” ha messo insieme i dati prodotti dalla Banca d’Italia, dal Crenos e dalla sezione Centro nord Sardegna di Confindustria che hanno analizzato, confrontato e valutato le prospettive dell’isola. Il risultato è un quadro complicato che vede la Sardegna arrancare quando si leggono i dati economici, negativi per quanto riguarda la crescita e la disoccupazione: «Non riusciamo a trovare un percorso virtuoso – spiega Giuseppe Ruggiu, presidente di Confindustria nord Sardegna –, paghiamo un notevole gap infrastrutturale che si può superare risolvendo i problemi della continuità territoriale e dei trasporti, anche interni, e scommettendo sull’innovazione e su turismo».
Imprese e industria. Nel 2017 sono aumentati gli investimenti e la produzione industriale, è cresciuto l’export e il turismo. Nonostante questo, l’isola è uno degli ultimi vagoni del treno della ripresa: «La Sardegna è più povera rispetto alla media europea e ha un Pil inferiore alla media nazionale e a quella del Mezzogiorno – spiega Roberto Rassu, responsabile delle analisi economiche della Banca d’Italia –. La produttività totale dei fattori pone la manifattura sarda sotto la media nazionale». Bene invece l’export industriale, 30 per cento in più (per chimica, metalli e meccanica), male quello dell’agroalimentare. C’è un calo del credito, -2,6 per cento, mentre i dati sull’occupazione sono stabili ma crescono quelli nazionali. La disoccupazione è al 17 per cento ma sale di 9 punti quella misurata sul lungo periodo. Migliora, invece, la situazione economica delle famiglie (+2,7 per cento) e l’accesso al credito, soprattutto mutui (+13,5 per cento).
La popolazione. Ogni 100 giovani ci sono 167 anziani. Il tasso di natalità è crollato ed è salito quello di mortalità. La Sardegna è un’isola sempre più anziana. «L’età media dei sardi è di 46,1 anni – spiega Silvia Balia, professoressa dell’università di Cagliari e ricercatrice del Crenos – i giovani sono l’11 per cento mentre l’indice di vecchiaia (che misura il rapporto tra la popolazione anziana –65 anni e oltre– e la popolazione più giovane –0-14 anni, ndr) è drammaticamente alto: 195,5 contro il 165,3 del resto d’Italia». Anche le rilevazioni sul capitale umano non diffondono ottimismo: «Purtroppo è poco e non qualificato. Un esempio – conclude Silvia Balia –, i laureati sardi nelle materie scientifiche sono 18 su 100. In Romania hanno fatto meglio». Ci sono poi i neet, i giovani che non studiano e non cercano lavoro: 24 per cento in Sardegna, appena l’11 in Europa.
I dazi Usa. È ancora presto per fare i conti ma il rischio è grossissimo. Il rapporto tra l’isola e gli Stati Uniti è più stretto di quanto possa sembrare e in ballo ci sono centinaia di milioni di euro. Sono 101 quelli prodotti da alimentare e bevande, 67,8 arrivano dalla raffinazione del petrolio. Poi ci sono i prodotti in metallo (1,2 milioni), le macchine e gli impianti (5,7 milioni), i mezzi di trasporto (5,4 milioni). I dazi farebbero aumentare i costi che impedirebbero le esportazioni. Uno scenario da incubo per chi ha canali commerciali aperti.
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