Agnelli sardi taroccati il Contas sarà parte civile
di Antonello Palmas
I 12mila capi in realtà provenivano dalla Romania: il Consorzio Igp all’attacco Il presidente Cualbu: violati il lavoro e l’identità culinaria con rischi per la salute
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SASSARI. Frodi nell’agroalimentare che provocano enormi danni all’economia dell’isola. Un caso su cui si indaga è quello degli agnelli romeni che sarebbero stati spacciati come sardi, in realtà solo macellati nell’isola. Un traffico di cui da anni si vociferava ma che prima della scorsa Pasqua si è materializzato in tutta sua gravità. Gli ispettori dell’Icqrf, il dipartimento del ministero deputato a scovare le truffe nel settore, sequestrarono 12mila agnelli provenienti dalla Romania, pronti per essere venduti in Italia col marchio Igp di Sardegna. All’operazione parteciparono anche gli agenti del Consorzio di tutela dell’agnello di Sardegna.
Ebbene, proprio il Cda del Contas ha deliberato all’unanimità che si costituirà parte civile contro gli eventuali responsabili. Sono ancora in corso le indagini su un tarocco che, se accertata, avrebbe un valore stimato in 1,2 milioni di euro. Da considerare che gli agnelli dell’est sono piuttosto diversi nella conformazione fisica (hanno persino un accenno di corna), nel colore della carne e nel sapore.
La vicenda venne alla luce nei primi giorni dell’aprile scorso da un'ispezione dell’Icqrf in alcune delle maggiori piattaforme di carne della grande distribuzione organizzata del centro-nord Italia, mercato più remunerativo nel periodo pasquale, nell’operazione “Miel di Sardegna” (miel significa agnello in lingua romena). Tutto partì da controlli incrociati effettuati dagli ispettori, cui non tornavano i conti sui dati riguardanti gli animali in entrata e uscita dall’isola.
Il presidente del Consorzio, Battista Cualbu, spiega le ragioni della decisione: «Quella di costituirsi parte civile è una scelta, condivisa da tutti, che ci vedrà in prima linea nella difesa della nostra eccellenza da uno dei reati più temuti : per 6 italiani su 10 è più grave dei reati fiscali. Porteremo fino in fondo le ragioni di tutti i sardi che da questo tipo di truffa vedono violato il proprio lavoro, la propria identità culinaria, oltre che la salute stessa dei consumatori che acquistano un agnello (convinti che sia sardo certificato Igp, quindi allevato seguendo un preciso disciplinare) del quale in realtà non si conosce in che condizioni è stato allevato, macellato e conservato. E il tutto lo si fa infangando il nome del nostro agnello Igp e dunque di tutta la Sardegna».
E per il direttore del Contas, Alessandro Mazzette, «queste truffe oltre al danno economico immediato, sono anche un freno per il lavoro e i progetti di valorizzazione dell’agnello sardo Igp, il suo valore nutrizionale, la sua unicità di allevamento che stiamo mettendo in campo come Consorzio insieme agli associati». La vigilanza è divenuta ormai fondamentale. «Le indagini proseguono e a breve – annuncia Mazzette – ci saranno novità importanti».
Ebbene, proprio il Cda del Contas ha deliberato all’unanimità che si costituirà parte civile contro gli eventuali responsabili. Sono ancora in corso le indagini su un tarocco che, se accertata, avrebbe un valore stimato in 1,2 milioni di euro. Da considerare che gli agnelli dell’est sono piuttosto diversi nella conformazione fisica (hanno persino un accenno di corna), nel colore della carne e nel sapore.
La vicenda venne alla luce nei primi giorni dell’aprile scorso da un'ispezione dell’Icqrf in alcune delle maggiori piattaforme di carne della grande distribuzione organizzata del centro-nord Italia, mercato più remunerativo nel periodo pasquale, nell’operazione “Miel di Sardegna” (miel significa agnello in lingua romena). Tutto partì da controlli incrociati effettuati dagli ispettori, cui non tornavano i conti sui dati riguardanti gli animali in entrata e uscita dall’isola.
Il presidente del Consorzio, Battista Cualbu, spiega le ragioni della decisione: «Quella di costituirsi parte civile è una scelta, condivisa da tutti, che ci vedrà in prima linea nella difesa della nostra eccellenza da uno dei reati più temuti : per 6 italiani su 10 è più grave dei reati fiscali. Porteremo fino in fondo le ragioni di tutti i sardi che da questo tipo di truffa vedono violato il proprio lavoro, la propria identità culinaria, oltre che la salute stessa dei consumatori che acquistano un agnello (convinti che sia sardo certificato Igp, quindi allevato seguendo un preciso disciplinare) del quale in realtà non si conosce in che condizioni è stato allevato, macellato e conservato. E il tutto lo si fa infangando il nome del nostro agnello Igp e dunque di tutta la Sardegna».
E per il direttore del Contas, Alessandro Mazzette, «queste truffe oltre al danno economico immediato, sono anche un freno per il lavoro e i progetti di valorizzazione dell’agnello sardo Igp, il suo valore nutrizionale, la sua unicità di allevamento che stiamo mettendo in campo come Consorzio insieme agli associati». La vigilanza è divenuta ormai fondamentale. «Le indagini proseguono e a breve – annuncia Mazzette – ci saranno novità importanti».
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