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Imprese, qualche segnale ma serve il Piano rinascita

Imprese, qualche segnale ma serve il Piano rinascita

Murgia, Confapi: «Ci sono indicazioni di ripresa ma la politica ci deve aiutare»

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CAGLIARI. Fuori dal tunnel non ancora, ma le piccole e medie imprese lottano comunque ogni giorno, dalla mattina alla sera, per restare a galla. Non si sono arrese. Fino al punto d’aver aumentato qualcosa nel fatturato e insistito negli investimenti, anche se si sono indebitate di più. Poi hanno assunto anche se non tanto, ma soprattutto si sono impegnate ad aprire nuovi sbocchi di mercato, perché «chi oggi vive o sopravvive solo grazie a quanto raccoglie sulla piazza locale, rischia di rimanere soffocato». È tutto scritto nel rapporto annuale della Confederazione delle piccole e medie imprese, Confapi, che ha messo a confronto il 2016 col 2017. La sintesi è questa: «I segnali di ripresa ci sono, ma in Sardegna la ripartenza è lenta e al di sotto della media nazionale». Il presidente Mirko Murgia l’ha sottolineato: «Da parte nostra l’impegno continua a essere massimo, però da soli non ce la possiamo fare». I freni sono ancora troppi: spesa pubblica a singhiozzo, infrastrutture scarse, difficoltà nell’accesso al credito e troppa burocrazia. Sono queste le cause di una competitività ancora da raggiungere. Poi ci sono i problemi interni alle aziende e anche questi storici: troppo piccole, innovazione a rilento, cambio generazionale difficile e incapacità di fare squadra. Per questo è ancora complicato far fronte a una concorrenza sempre più globalizzata e spietata. Alla fine Murgia è stato anche più diretto: «Dobbiamo scrollarci di dosso il peso insopportabile dell’insularità. Poi sia chiaro: è indispensabile un nuovo Piano di Rinascita». Per chiudere con cinque parole chiave, indispensabili se «vogliamo ancora credere in un futuro migliore»: concentrazione e integrazione degli investimenti, nuova cultura imprenditoriale o meglio «più cultura manageriale».

Chi sta meglio. Sono 260 le imprese intervistate da Confapi, il 26 per cento di quelle associate, circa un migliaio. La direttrice Silvana Manuritta ha letto e commentato i dati: «L’agroalimentare e il turismo sono di sicuro i settori in crescita. A soffrire ancora, come in passato, sono l’industria, soprattutto quella metalmeccanica, e le costruzioni». Chi sta meglio è di sicuro l’agroalimentare: è cresciuto nelle esportazioni, o comunque non s’è accontentato del solo mercato locale. E infatti 7 aziende su 10 hanno «incrementato i fatturati dopo aver guardato e puntato oltre i soliti confini». Sempre l’agroalimentare s’è dimostrato il settore più dinamico nelle assunzioni ed è fra i primi anche negli investimenti. Sono state buone le performance anche delle aziende turistiche e dei servizi in generale, come confermato da altri due rapporti molto considerati, quelli del Crenos e della Banca d’Italia.

Chi sta peggio. Non s’è arrestato il crollo dell’edilizia, ha sottolineato da Giorgio Delpiano, presidente dell’Aniem, la sezione dei costruttori. Trentamila posti lavoro spazzati via in 10 anni e troppe imprese continuano a chiudere. «La grande crisi economica è stata devastante – ha detto – e gli appalti pubblici, ancora a rilento, non sono riusciti a controbilanciare il saldo negativo dell’edilizia privata». A essere in crisi sono anche le aziende metalmeccaniche: fatturati ridotti all’osso e più licenziamenti che assunzioni. A rendere ancora più complicata la situazione – è scritto nell’indagine – «è il sempre difficile rapporto col mondo del credito, necessario per far fronte a un’evidente scarsa liquidità aziendale, on le banche che continuano a pretendere esagerate garanzie prima di concedere un prestito». In sostanza, la risalita sarà lunga, ma «noi vogliamo resistere ma non fateci sentire soli in questa battaglia quotidiana, ha concluso Mirko Murgia. (ua)

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