«Vittime della giustizia matrigna»
Lo zio don Giovanni Maria, parroco della cattedrale di Nuoro, accusa le istituzioni
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NUORO. Le uniche parole di ieri, cariche di significato, don Giovanni Maria Chessa, cugino di Giampietro e zio di Ignazio, e attuale parroco della Cattedrale di Nuoro, le ha volute affidare al settimanale diocesano L’Ortobene: «Da cinquant’anni – ha detto – la famiglia Chessa è vittima di uno Stato patrigno e di una zustissia (giustizia) matrigna».
Ma undici anni fa, quando, dall’altare della chiesa di Santa Maria maggiore, a Orune, aveva preso il microfono per parlare ai fedeli accorsi ai funerali dei nipoti Nicola e Serafino, don Giovanni Maria era stato decisamente più loquace e non meno deciso. «Ancora una volta – aveva esordito, guardando dritto i fedeli che affollavano le navate della chiesa – negli ultimi 50 anni ci ritroviamo a piangere sangue innocente. Le dolorose stazioni della nostra familiare via Crucis». E poco dopo, sempre dall’altare, don Giovanni Maria aveva scandito, uno ad uno, i nomi dei Chessa morti ammazzati: «Peppino, Gianfranco, Antonio, Giampietro, Serafino, Ignazio e Salvatore». «Ancora oggi – aveva detto il sacerdote – ci ritroviamo a piangere sangue innocente versato da mani Caine. Non permettere, Signore, che il nostro cuore abbia a smarrirsi e se anche le nubi dell’odio e della vendetta si addensano prepotenti nella nostra mente, il ricordo di Serafino e Nicola ci aiuti non tradire la loro memoria».
«È un episodio davvero triste, quello capitato oggi – dice, dal canto suo, il sindaco di Orune, Pietro Deiana – tutta la comunità di Orune è affranta, non ci sono parole per esprimere ciò che proviamo. Sembrava che tutto fosse tranquillo e invece è arrivato questo episodio, tra l’altro in giorni di festa perché si sta per celebrare la festa di Su Carmineddu. Mi auguro, per tutta la comunità, che fatti del genere non accadano più. Ci vuole rispetto per la vita». (v.g.)
Ma undici anni fa, quando, dall’altare della chiesa di Santa Maria maggiore, a Orune, aveva preso il microfono per parlare ai fedeli accorsi ai funerali dei nipoti Nicola e Serafino, don Giovanni Maria era stato decisamente più loquace e non meno deciso. «Ancora una volta – aveva esordito, guardando dritto i fedeli che affollavano le navate della chiesa – negli ultimi 50 anni ci ritroviamo a piangere sangue innocente. Le dolorose stazioni della nostra familiare via Crucis». E poco dopo, sempre dall’altare, don Giovanni Maria aveva scandito, uno ad uno, i nomi dei Chessa morti ammazzati: «Peppino, Gianfranco, Antonio, Giampietro, Serafino, Ignazio e Salvatore». «Ancora oggi – aveva detto il sacerdote – ci ritroviamo a piangere sangue innocente versato da mani Caine. Non permettere, Signore, che il nostro cuore abbia a smarrirsi e se anche le nubi dell’odio e della vendetta si addensano prepotenti nella nostra mente, il ricordo di Serafino e Nicola ci aiuti non tradire la loro memoria».
«È un episodio davvero triste, quello capitato oggi – dice, dal canto suo, il sindaco di Orune, Pietro Deiana – tutta la comunità di Orune è affranta, non ci sono parole per esprimere ciò che proviamo. Sembrava che tutto fosse tranquillo e invece è arrivato questo episodio, tra l’altro in giorni di festa perché si sta per celebrare la festa di Su Carmineddu. Mi auguro, per tutta la comunità, che fatti del genere non accadano più. Ci vuole rispetto per la vita». (v.g.)
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