Suolo, consumati 100 ettari in un anno
I dati dell’Ispra commentati dalla Consulta: «Attenzione per le zone costiere»
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SASSARI. La differenza tra pollice verde e pollice grigio è tutta una questione di numeri. O meglio di una sua interpretazione. L’Ispra, l’istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, ha dato i numeri del consumo del suolo. E a leggerli sembrerebbero in qualche modo tranquillizzare. La Sardegna fino a oggi ha consumato il 3,75 per cento del suolo. 90mila ettari. Con un incremento annuale dello 0,11 per cento, che in un anno fanno 100 ettari. La superficie consumata è tra le più basse in Italia, la media nazionale è di 7,63, con i picchi di Lombardia e Veneto che superano il 12 per cento. E anche la crescita annuale è inferiore al dato italiano, 0,23 per cento. Lontanta dallo 0,50 per cento del Veneto, che significano 1.100 ettari. In un certo senso sembra che le leggi urbanistiche abbiano preservato il territorio ed evitato il consumo del suolo. Ma i dati devono essere letti con maggiore attenzione. E lo fa la Consulta per l’Ambiente e il territorio, che è l’insieme delle associazioni ambientaliste, da Italia Nostra al Wwf. La Consulta fa un’analisi differente e parte anche da uno studio di Legambiente Sardegna. «Quando qualcuno afferma che fra le Regioni turistiche la Sardegna è fra quelle meno afflitte dal consumo di suolo costiero, su quale modello di comparazione si basa la rassicurazione che si intende veicolare? Qual è il sistema di misurazione adottato? Esiste sul sito di Legambiente uno studio scientifico sul consumo di suolo costiero in Sardegna negli anni che vanno dal 1988 al 2013 che, pur essendo povero di interpretazioni sui dati ricavati, può contribuire a chiarirci le idee. Lo studio correttamente i parla di sviluppo costiero lineare e non di superfici». «Il criterio di misurazione sullo sviluppo costiero lineare adottato da Legambiente è suddivide e classifica i 1487 chilometri di costa sulla base dei caratteri insediativi delle porzioni compromesse. La costa urbanizzata ammonta a 399 chilometri, di cui 111 a uso industriale-militare, 59 di paesaggio urbano ad alta densità e i restanti 229 chilometri di paesaggio a bassa densità. A vederli presentati in questo modo, sembrerebbero dati generali rassicuranti, ai quali si aggiunge il dato dell’incremento del consumo di suolo, pari all’1%, nel periodo considerato 1988-2013. Fatta eccezione per gli insediamenti industriali e le grandi città, l’aggressione al paesaggio costiero di matrice speculativa (case da vendere) e/o turistico-imprenditoriale parrebbe una questione trascurabile: solo 14 chilometri su 1487. Dei 1487 chilometri di coste Legambiente ci dice che 669, quasi la metà, sono rocciosi. Se guardiamo al profilo costiero in termini di appetibilità e fattibilità imprenditoriale dovremmo, per coerenza, estromettere dal calcolo sul consumo di suolo le coste rocciose. La conseguenza della variabile “appetibilità/accessibilità” fa balzare la percentuale del consumo al 48,8%. Poco meno della metà delle coste suscettibili di trasformazione è stato già consumato. E se per le coste rocciose non servirebbero ulteriori strumenti di tutela, giunte inviolate fino ai nostri giorni per scarsa convenienza da parte degli speculatori, la residua zona costiera inviolata merita di essere preservata».
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