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Romana: fondi scarsi e poco tempo, il mini Comune naufraga

Assessori factotum, sedute consiliari in intimità e appena quattro dipendenti. Dopo le dimissioni della sindaca il futuro del paese è un lavoro per il commissario


20 luglio 2018 Luigi Soriga


ROMANA. In un piccolo paese le deleghe di un assessore si moltiplicano come i funghi. Oggi hai la competenza sulle buche, domani sulle erbacce, il mercoledì ti devi occupare di una perdita d’acqua. In un piccolo paese chi siede in giunta affronta una sorta di mutazione della specie, che lo trasforma nell’assessore operaio, nell’amico di tutti che risolve i problemi. E l’investitura non è certo istituzionale: arriva rigorosamente dal basso. È quantomai popolare, trasversale e democratica. E il luogo più generoso nell’attribuire incarichi, è senza dubbio il bar.

«Non potevo prendere un caffè che venivo inondato da questioni da risolvere – racconta Fabio Piredda – fare il vicesindaco a Romana, così come in qualunque paesino dove ci si conosce tutti, diventa una missione di vita. È una spugna che assorbe tempo, energia, e non sempre ti ripaga con le giuste gratificazioni».

Piredda, l’aria di uno che ci pensa lui, ce l’ha scritta nelle mani, negli occhi vispi e nella maglietta “Acciona”. Significa manutenzioni, attitudine manuale, capacità di mettere pezze. «Da anni siamo senza operaio comunale, e da quando è andato in pensione, tra budget e paletti vari, non siamo riusciti a rimpiazzarlo». Quella tuta e quei guanti, dal 2010 al 2016, di fatto li ha indossati lui. Poi però ha deciso di pigiare meno l’acceleratore, perché tra famiglia, figli, orari di lavoro, qualche acciacco, la vita ogni tanto suggerisce di rallentare e tirare fiato. «Ho deciso di dimettermi da assessore, e continuare l’esperienza politica da consigliere di maggioranza». Ma a Romana, ancor oggi, quel testimone di assessore trottola non l’ha raccolto nessuno. E la macchina amministrativa, che qui si alimenta di volontariato e senso civico e ben pochi compensi, ha cominciato ad arrancare.

Tanto che la sindaca Lucia Catte, 62 anni, due mandati sulle spalle, la famosa spugna che tutto assorbe ha deciso di gettarla. Il 22 luglio darà le dimissioni che paiono irrevocabili: «Mi sento sola, non si può andare avanti in queste condizioni».

Non è propriamente il caso del sindaco di trincea che indossa l’elmetto, presidia i bilanci, e combatte contro le sforbiciate dello Stato. Il municipio di Romana, pur orfano dell’operaio comunale e pur tirando la cinghia per le casse esangui, porta avanti la carretta. Quattro dipendenti comunali, ciascuno con un rosario di competenze, trottano ed erogano servizi. Tipo: micronido, piscina comunale, taxi sociale per anziani e disabili, biblioteca, sportello psicologico, lotta alle povertà, trasporto scolastico. I bilanci sono in ordine, e non è certo un paese allo sbando. Anzi, rispetto al vicinato e ad altri campanili, con i suoi murales e le case affrescate di nuovo, sembra all’avanguardia.

Piuttosto la particolarità di questo raggrumato urbano da 500 anime è un’altra. Non esiste tessuto produttivo, ma non c’è grande disoccupazione. Tra Abbanoa, forze dell’ordine ed ex Inpdap, gli stipendi sono assicurati. Quello che manca, purtroppo, è il tempo e la voglia di impegnarsi per la municipalità.

La sala consiliare è popolata da 11 esemplari in via di estinzione, dei panda della politica che andrebbero protetti. Un sindaco, due assessori, cinque consiglieri di maggioranza e tre di minoranza. Ma mica la squadra entra sempre in campo al completo: anzi la panchina è cortissima. C’è l’assessore che ha problemi di lavoro e familiari, quindi riesce a garantire la presenza con salti mortali ogni due settimane. E poi ci sono i consiglieri che vivono nella Penisola, o quelli che devono viaggiare continuamente per lavoro. O quelli che sin dal principio hanno messo le mani avanti: faccio numero per chiudere la liste, ma poi non contate su di me.

«A volte – dice Fabio Piredda – dover fare l’appello e contarci sulle dita di una mano, sapere di essere quattro gatti o non poter fare la riunione di giunta per risolvere questioni urgenti, è deprimente. Ci sta che uno si chieda se valga la pena continuare».

Solo che se dovesse prendere le redini un commissario straordinario, si innescherebbe un effetto domino. «Sarebbe un brutto messaggio di resa. Nei paesini un ruolo sociale importantissimo lo rivestono le associazioni, e chi le gestisce sono persone che in passato hanno amministrato e hanno ancora voglia di mettersi in gioco. Se dovessero perdere l’entusiasmo e mollare anche loro, per Romana sarebbe un disastro».
 

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