La Nuova Sardegna

UNA RISPOSTA AI QUATTRO GIUSTIZIALISMI

di PATRIZIO ROVELLI

Se l’obiettivo è un’analisi attenta è importante chiarire che il giustizialismo del popolo cinquestelle è stato sempre rivolto principalmente contro la casta politica e i suoi privilegi e malefatte,...

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Se l’obiettivo è un’analisi attenta è importante chiarire che il giustizialismo del popolo cinquestelle è stato sempre rivolto principalmente contro la casta politica e i suoi privilegi e malefatte, mentre quello leghista è per storia e tradizione orientato contro un nemico più genericamente individuato come diverso, e per ciò stesso pericoloso. Con un unico punto di incontro individuato da entrambi gli schieramenti nella necessità della “certezza della pena” (che dovrebbe realizzarsi con la cancellazione di tutti i cosiddetti benefici penitenziari), concetto stravolto da chi lo agita per compiacere una piazza sempre più colpevolista. E con l’incoscienza di non tenere in considerazione i risultati raggiunti dai protagonisti del sistema carcere (dalla magistratura di sorveglianza, alla polizia penitenziaria, ai medici, psicologi, educatori fino agli avvocati specializzati in materia) che con il loro impegno, grazie proprio alle misure alternative alla detenzione, hanno dato significato alla norma costituzionale secondo cui “le pene devono tendere alla rieducazione del condannato”. In questa selva intricata di contraddizioni bisogna riconoscere che il provvedimento con cui il Guardasigilli Bonafede ha sospeso fino a marzo 2019 l’entrata in vigore della riforma delle intercettazioni, figlia di una confusa iniziativa del precedente governo, si distingue per linearità ed equilibrio. Sempre che strada facendo non intervengano modifiche addirittura peggiorative della riforma Orlando. Se quindi il giustizialismo dell’uomo della strada, istintivo e vendicativo, è stato ed è il principale punto di riferimento per i partiti oggi al governo, un fenomeno ancor più preoccupante si è manifestato nelle recenti elezioni per il Csm con la affermazione di candidati che avevano partecipato a pubbliche manifestazioni indette da partiti del fronte giustizialista. Espressioni infelici che generalizzano sulla corruzione della politica e sulla colpevolezza presunta e incancellabile di tutti gli imputati preoccupano non soltanto perché provengono da uomini che hanno giurato sulla Costituzione, ma soprattutto perché sono state sostanzialmente condivise da ben un terzo della magistratura. Che fare quindi? Qualcosa di molto interessante lo ha detto Mariarosaria Guglielmi. La segretaria nazionale dei magistrati democratici ha affermato che è giunto il momento che i giudici tornino a difendere con il massimo vigore i diritti e le garanzie di tutti, sottolineando la urgente necessità di dare maggiore tutela ai valori di eguaglianza, solidarietà e libertà, e riaprendo un positivo confronto con coloro, avvocati per primi, che vi si riconoscono. Giusto. Lo affermiamo da anni, sottolineando il serio pericolo che senza un comune e costante impegno a tutela dei valori costituzionali i peggiori giustizialisti alla fine avrebbero prevalso. Noi siamo sempre qui. Nella speranza che quanto detto dalla Guglielmi non resti lettera morta e che tutti coloro che non intendono arrendersi alla stagione del non diritto possano trovare un punto di incontro. Ricordando che il confronto deve avvenire sul piano della giustizia quotidiana e non solo nelle sale del Palazzo dei Marescialli o di via Arenula.

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