La Nuova Sardegna

l’esperto 

Piredda: «Gli allevamenti familiari sono solo 300 su oltre 15mila aziende»

Piredda: «Gli allevamenti familiari sono solo 300 su oltre 15mila aziende»

SASSARI. Più che contro la tradizione la legge va contro la peste suina. Il vero obiettivo della norma - non a caso il 2 agosto votata dal Consiglio regionale all’unanimità - è quello di rilanciare...

3 MINUTI DI LETTURA





SASSARI. Più che contro la tradizione la legge va contro la peste suina. Il vero obiettivo della norma - non a caso il 2 agosto votata dal Consiglio regionale all’unanimità - è quello di rilanciare il comparto suinicolo, da 40 anni ostaggio della Psa, che impedisce all’isola di avere un mercato vero e proprio. A difendere a spada tratta la legge che regola la suinicoltura è Sebastiano Piredda, direttore dell’assessorato all’Agricoltura. «Io sono un tecnico e non mi devo candidare – mette le mani avanti il dirigente –. Mi occupo di maiali da 32 anni e posso assicurare che non hanno colore politico». Piredda parte proprio dall’articolo più contestato, quello che regolamenta gli allevamenti familiari. «Innanzitutto, diciamo subito che si tratta di circa 300 su un totale di oltre 15mila aziende – spiega –. Insomma, una nettissima minoranza. Si dice che la legge vada a colpire la tradizione sarda, su mannale, l’uccisione del maiale per provviste e salumi. Ma non è vero: la legge fa sì che non si sprechino tutte le energie profuse per combattere la peste suina. Basta con il passaggio del verro da un allevamento familiare a un altro, bisogna evitare questa promiscuità che negli anni ha già causato tanti danni. Stiamo parlando di un problema che non esiste. Non si può pretendere che un allevamento familiare possa avere quattro scrofe, perché significherebbe 80 maialetti all’anno. Ovvero quasi due alla settimana. Se uno vuole avere quattro scrofe si registri e si organizzi come impresa. Ma nessuno parli di porcetto da salvaguardare, è una strumentalizzazione».

Il direttore dell’assessorato è certo che da queste restrizioni dipenda il futuro del comparto suinicolo sardo. «Siamo in una situazione sanitaria drammatica ma se debelliamo la Psa abbiamo delle opportunità formidabili. Soprattutto ora che di peste suina stanno soffrendo i Balcani, la Russia e la Cina. Qui ci stiamo giocando il futuro dell’intero comparto. Ecco perché abbiamo il dovere morale di estinguere la malattia. Costi quel che costi. Ero all’università quando è comparsa la Psa e non voglio andare in pensione con la peste suina ancora presente nell’isola. Il problema è che oggi nessuno ha idea di che cosa sia la Sardegna senza peste suina. Ma la zootecnia che fa guadagnare è quella suinicola: una scrofa di 150 chili produce 2mila chili di carne all’anno. Sono certo che quando verranno ripristinate le regole anche quelli che oggi si lamentano ci ringrazieranno».

Nella legge sulla suinicoltura c’è anche un altro aspetto oggetto di critiche. Ed è quello che riguarda il suino di razza sarda. «Faremo incroci utilizzando il suino di razza sarda – dice ancora Piredda – e secondo alcuni questo porterebbe alla sua estinzione. Ma dobbiamo fare i conti con la realtà . Quando la razza sarda è nata le scrofe erano 2mila, oggi sono poche decine. Il motivo è presto detto: commercialmente non conviene. Il suino di razza sarda ha una capacità ridicola di convertire il mangime in carne: nell’ibrido la proporzione è 3 a 1, nel sardo 8 a 1. E siccome l’allevatore non acquista il bestiame per farsi un giardino zoologico, ma solo se se ha un tornaconto economico, allora è normale che occorra intervenire. E l’unico modo per salvaguardare la razza sarda è favorire gli incroci». (al.pi.)

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google

Primo Piano
Maltempo

Meteo Giuliacci, ciclone in arrivo: piogge intense e temperature in picchiata

Le nostre iniziative