Pomodoro, l’etichetta doc occasione anche per l’isola
In vigore il decreto che sancisce l’obbligo di indicare l’origine degli ortaggi Cualbu, presidente di Coldiretti: una vittoria per i nostri prodotti di qualità
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CAGLIARI. Quella del 2018 sarà la prima raccolta di pomodori “made in Italy”. Ieri è infatti entrato in vigore il decreto interministeriale per l’origine obbligatoria sui prodotti come conserve e salse, oltre al concentrato e ai sughi, che siano composti almeno per il 50% da derivati del pomodoro. Grazie alla nuova normativa non sarà più possibile spacciare per italiani i prodotti importati dall’estero: d’ora in poi sull’etichetta dovrà essere indicata obbligatoriamente l’origine del prodotto, cioè il paese dove il pomodoro è stato coltivato e dove è stato trasformato. Se queste fasi avvengono nel territorio di più paesi possono essere utilizzate, a seconda della provenienza, le seguenti diciture: Paesi Ue e Non Ue. Se tutte le operazioni avvengono in Italia, si può utilizzare la dicitura “Origine del pomodoro: Italia”. Le indicazioni sull'origine dovranno essere apposte in etichetta in un punto evidente e nello stesso campo visivo in modo da essere facilmente riconoscibili, chiaramente leggibili ed indelebili.
«Per la Sardegna si tratta di un’occasione unica per rilanciare i suoi prodotti di qualità – esulta il presidente di Coldiretti Sardegna, Battista Culabu – Con un aumento del 36% degli arrivi dalla Cina, per un totale 92 milioni di chili di concentrato di pomodoro da spacciare come made in Italy nel 2016, l’arrivo dell’obbligo di indicare la provenienza rappresenta una attesa misura di trasparenza per produttori e consumatori». Anzi, per Cualbu «questa è la madre di tutte le battaglie. Non è giusto, oltre che dannoso dal punto di vista economico, che i nostri prodotti, oltre ai problemi dovuti alle bizzarrie climatiche, debbano subire la concorrenza sleale di prodotti che arrivano dall’estero e vengono spacciati come italiani e dei quali non si conosce nulla dei metodi di produzione, trasformazione e conservazione». Cualbu ricorda poi che la Sardegna ha fatto passi da giganti per certificare la filiera e offrire garanzie al consumatore. «Grazie all’accordo di filiera della Arpos, che ha dato vita al marchio “Io sono sardo”, la produzione di pomodoro è passata da 500 quintali ai 19mila dello scorso anno. Il pomodoro sardo è un prodotto certificato, di qualità e garantito, con un severo protocollo di produzione. Basti pensare che il pomodoro conferito all’industria ha solo un margine del 10% di scarto. Nulla rispetto alle percentuali che si riscontrano anche nel resto d’Italia». «L’etichetta trasparente è una garanzia per i consumatori ma anche un incentivo per i produttori italiani e sardi, i cui sforzi erano finora vanificati dai flussi di prodotto, sempre maggiori, che arrivano dall’estero e si piazzano negli scaffali senza una carta di identità, a prezzi molto più bassi – gli fa eco il direttore di Coldiretti Sardegna, Luca Saba – Per questo ci siamo battuti con forza per la trasparenza in etichetta con l’indicazione dell’origine del pomodoro. Ora bisogna fare la stessa cosa anche per tutti gli altri prodotti».
Purtroppo anche quest’anno non sarà una buona annata per il pomodoro sardo. Dopo il crollo della produzione dello scorso anno, a causa delle temperature elevate e delle scarse precipitazioni, quest’anno i raccolti sono stati in parte distrutti dalle piogge torrenziali della scorsa settimana.
«Per la Sardegna si tratta di un’occasione unica per rilanciare i suoi prodotti di qualità – esulta il presidente di Coldiretti Sardegna, Battista Culabu – Con un aumento del 36% degli arrivi dalla Cina, per un totale 92 milioni di chili di concentrato di pomodoro da spacciare come made in Italy nel 2016, l’arrivo dell’obbligo di indicare la provenienza rappresenta una attesa misura di trasparenza per produttori e consumatori». Anzi, per Cualbu «questa è la madre di tutte le battaglie. Non è giusto, oltre che dannoso dal punto di vista economico, che i nostri prodotti, oltre ai problemi dovuti alle bizzarrie climatiche, debbano subire la concorrenza sleale di prodotti che arrivano dall’estero e vengono spacciati come italiani e dei quali non si conosce nulla dei metodi di produzione, trasformazione e conservazione». Cualbu ricorda poi che la Sardegna ha fatto passi da giganti per certificare la filiera e offrire garanzie al consumatore. «Grazie all’accordo di filiera della Arpos, che ha dato vita al marchio “Io sono sardo”, la produzione di pomodoro è passata da 500 quintali ai 19mila dello scorso anno. Il pomodoro sardo è un prodotto certificato, di qualità e garantito, con un severo protocollo di produzione. Basti pensare che il pomodoro conferito all’industria ha solo un margine del 10% di scarto. Nulla rispetto alle percentuali che si riscontrano anche nel resto d’Italia». «L’etichetta trasparente è una garanzia per i consumatori ma anche un incentivo per i produttori italiani e sardi, i cui sforzi erano finora vanificati dai flussi di prodotto, sempre maggiori, che arrivano dall’estero e si piazzano negli scaffali senza una carta di identità, a prezzi molto più bassi – gli fa eco il direttore di Coldiretti Sardegna, Luca Saba – Per questo ci siamo battuti con forza per la trasparenza in etichetta con l’indicazione dell’origine del pomodoro. Ora bisogna fare la stessa cosa anche per tutti gli altri prodotti».
Purtroppo anche quest’anno non sarà una buona annata per il pomodoro sardo. Dopo il crollo della produzione dello scorso anno, a causa delle temperature elevate e delle scarse precipitazioni, quest’anno i raccolti sono stati in parte distrutti dalle piogge torrenziali della scorsa settimana.
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