IL CAOS IN LIBIA, L’ITALIA TRATTI CON MACRON
di NICOLÒ MIGHELI
Gli ultimi due anche in virtù della comune appartenenza dell’esecutivo tripolino ai Fratelli Musulmani. Il secondo governo ha sede a Tobruk in Cirenaica, egemonizzato dall’esercito del maresciallo...
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Gli ultimi due anche in virtù della comune appartenenza dell’esecutivo tripolino ai Fratelli Musulmani. Il secondo governo ha sede a Tobruk in Cirenaica, egemonizzato dall’esercito del maresciallo Haftar, uomo di Gheddafi prima e poi della Cia. Tobruk è appoggiata da Arabia Saudita, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Francia e Russia. Marta Ottaviani su Formiche.net, rivela che i qatarioti finanzierebbero anche Haftar e curerebbero i feriti del suo esercito. Nel mondo arabo comportamenti simili si verificano e lo scontro intra-sunnita che si combatte in Libia non fa eccezione. Tra questi due contendenti 1750 gruppi armati, più o meno forti, a protezione di tribù, clan e quartieri con alleanze che cambiano a seconda degli interessi e nell’arco di un mattino.
Italia e Francia in Libia sono rivali economici che si scontrano sul petrolio e l’uranio del Fezzan. Per l’Italia l’amicizia libica è fondamentale per il controllo dei migranti, per la Francia la Libia è il tassello che completa la sua influenza in nord Africa. Oggi a entrambi conviene un periodo di calma. I francesi vorrebbero che il 10 dicembre si tenessero elezioni che riunificassero il paese, mentre l’Italia le ritiene precipitose, preferirebbe prima un processo di riconciliazione nazionale; non a caso vorrebbe che la conferenza di pace avvenisse a Roma, possibilmente entro questo mese.
"Gli sforzi della Francia non sono diretti contro nessuno, certamente non contro l'Italia, di cui sosteniamo l'iniziativa di organizzare una nuova conferenza sul dossier Libia importante per i due Paesi", dichiara il ministro degli Esteri francese Jean-Yves Le Drian. Affermazioni che fanno ben sperare e ben accolte dalla diplomazia italiana. Gli scontri di Tripoli, ricomposti dall’Onu, forse hanno una ragione nelle richieste non esaudite di maggiori finanziamenti per quelli di Tarhuna.
Se proprio si deve cercare qualche manina esterna bisognerebbe guardare al Golfo Arabico. È ogni giorno più evidente che a Francia e Italia conviene ricomporre il conflitto e operare una mediazione sugli interessi che accontenti entrambi. Se è vero che lo scontro politico tra Macron e Salvini durerà fino alle elezioni europee, allo stesso modo è sperabile che non coinvolga ulteriormente i due paesi. All’Italia oggi serve una Francia amica, perlomeno non ostile, che l’aiuti a Bruxelles per convincere i tedeschi nell’allentamento dei vincoli di bilancio. Occorrerebbe una posizione decisa del presidente Conte, ma schiacciato come è tra i dioscuri sembra assente. Le interdipendenze tra i due paesi sono talmente tante e forti che spingono verso gli accordi.
Forse è presto per dirlo, ma la strada è obbligata. Nel frattempo la Cina annuncia un programma di investimenti in Africa di 60 miliardi di dollari, Libia compresa.
Un rivale potente per gli europei. Si aggiungono nuovi attori e il neo colonialismo continua. L’Africa libera resta un miraggio.
Italia e Francia in Libia sono rivali economici che si scontrano sul petrolio e l’uranio del Fezzan. Per l’Italia l’amicizia libica è fondamentale per il controllo dei migranti, per la Francia la Libia è il tassello che completa la sua influenza in nord Africa. Oggi a entrambi conviene un periodo di calma. I francesi vorrebbero che il 10 dicembre si tenessero elezioni che riunificassero il paese, mentre l’Italia le ritiene precipitose, preferirebbe prima un processo di riconciliazione nazionale; non a caso vorrebbe che la conferenza di pace avvenisse a Roma, possibilmente entro questo mese.
"Gli sforzi della Francia non sono diretti contro nessuno, certamente non contro l'Italia, di cui sosteniamo l'iniziativa di organizzare una nuova conferenza sul dossier Libia importante per i due Paesi", dichiara il ministro degli Esteri francese Jean-Yves Le Drian. Affermazioni che fanno ben sperare e ben accolte dalla diplomazia italiana. Gli scontri di Tripoli, ricomposti dall’Onu, forse hanno una ragione nelle richieste non esaudite di maggiori finanziamenti per quelli di Tarhuna.
Se proprio si deve cercare qualche manina esterna bisognerebbe guardare al Golfo Arabico. È ogni giorno più evidente che a Francia e Italia conviene ricomporre il conflitto e operare una mediazione sugli interessi che accontenti entrambi. Se è vero che lo scontro politico tra Macron e Salvini durerà fino alle elezioni europee, allo stesso modo è sperabile che non coinvolga ulteriormente i due paesi. All’Italia oggi serve una Francia amica, perlomeno non ostile, che l’aiuti a Bruxelles per convincere i tedeschi nell’allentamento dei vincoli di bilancio. Occorrerebbe una posizione decisa del presidente Conte, ma schiacciato come è tra i dioscuri sembra assente. Le interdipendenze tra i due paesi sono talmente tante e forti che spingono verso gli accordi.
Forse è presto per dirlo, ma la strada è obbligata. Nel frattempo la Cina annuncia un programma di investimenti in Africa di 60 miliardi di dollari, Libia compresa.
Un rivale potente per gli europei. Si aggiungono nuovi attori e il neo colonialismo continua. L’Africa libera resta un miraggio.
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