NON SI MUORE PER FARE SELFIE E FOTO
di VANESSA ROGGERI
Non mi riferisco a una semplice foto scattata per ricordare un pranzo di Natale in famiglia o la rimpatriata degli ex compagni del liceo, ma di quel fenomeno sociale di carattere mondiale, che ha...
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Non mi riferisco a una semplice foto scattata per ricordare un pranzo di Natale in famiglia o la rimpatriata degli ex compagni del liceo, ma di quel fenomeno sociale di carattere mondiale, che ha travalicato i limiti della decenza e della sicurezza propria e altrui.
Come in tutte le cose, è il buonsenso a fare la differenza. I drogati della propria immagine nutrono costantemente debolezze umane che sono comunissime: la vanità, l’autoammirazione, l’amore esacerbato per sé stessi, il bisogno di esibire l’idea esteriore del proprio ego.
Senza condivisione sui social non esisterebbe il fenomeno, perché è proprio l’atto di farsi guardare a dare senso al bisogno di esserci. Ad ogni scatto il selfiesta afferma la propria identità, si esibisce nella convinzione segreta che solo facendosi ammirare si sentirà parte di un tutto.
Sono state le celebrità più social a dare avvio a quella che inizialmente era una forma alternativa di marketing e autopromozione semplice e immediata, così semplice e accessibile da sfuggire di mano e diventare una vera mania folle nel giro di pochissimo tempo. Fin dove sareste disposti a spingervi pur di ottenere il selfie del secolo? Quali limiti superereste per immortalarvi come nessun altro ha fatto mai? Rischiereste la vostra vita per una stupida foto? La domanda non è retorica e la risposta non è scontata.
Si è superato il segno ideale tracciato dal senso della misura che dovrebbe essere connaturato in ogni essere umano. Questo superamento sta facendo i conti con l’incoscienza di adolescenti e giovanissimi, le vittime più sensibili e influenzabili di un mondo votato all’involuzione civile. Per un selfie si può morire e si muore. Sempre più spesso la cronaca ci consegna il racconto di vite buttate in situazioni estreme, ragazzi e ragazze che precipitano dai tetti dei centri commerciali, o dai cornicioni dei palazzi, o che muoiono nell’attraversamento all’ultimo secondo delle rotaie, o che si schiantano per un’inquadratura a 100 all’ora, o che commettono un passo falso in arrampicata per affidare all’occhio di una fotocamera un panorama mozzafiato.
Pensano di stupire il mondo immortalando un momento irripetibile, ma nulla è immortale e il bello della vita sta proprio nella sua unicità e fragilità.
Nel bisogno costante di doverla accudire, consapevoli che averne la possibilità è una fortuna da non sprecare. Come novelli Narcisi, i selfiesti idolatrano il riflesso della superficie di sé, non c’è profondità; affacciati sul lago del web vedono un’immagine, la moltiplicano all’infinito in tutte le pose possibili, in tutte le smorfie possibili. La bramano per primi, nella speranza che il resto dell’umanità si innamori della loro bellezza. Basta pochissimo e come novelli Narcisi cadere nel lago e morire d’amore.
Come in tutte le cose, è il buonsenso a fare la differenza. I drogati della propria immagine nutrono costantemente debolezze umane che sono comunissime: la vanità, l’autoammirazione, l’amore esacerbato per sé stessi, il bisogno di esibire l’idea esteriore del proprio ego.
Senza condivisione sui social non esisterebbe il fenomeno, perché è proprio l’atto di farsi guardare a dare senso al bisogno di esserci. Ad ogni scatto il selfiesta afferma la propria identità, si esibisce nella convinzione segreta che solo facendosi ammirare si sentirà parte di un tutto.
Sono state le celebrità più social a dare avvio a quella che inizialmente era una forma alternativa di marketing e autopromozione semplice e immediata, così semplice e accessibile da sfuggire di mano e diventare una vera mania folle nel giro di pochissimo tempo. Fin dove sareste disposti a spingervi pur di ottenere il selfie del secolo? Quali limiti superereste per immortalarvi come nessun altro ha fatto mai? Rischiereste la vostra vita per una stupida foto? La domanda non è retorica e la risposta non è scontata.
Si è superato il segno ideale tracciato dal senso della misura che dovrebbe essere connaturato in ogni essere umano. Questo superamento sta facendo i conti con l’incoscienza di adolescenti e giovanissimi, le vittime più sensibili e influenzabili di un mondo votato all’involuzione civile. Per un selfie si può morire e si muore. Sempre più spesso la cronaca ci consegna il racconto di vite buttate in situazioni estreme, ragazzi e ragazze che precipitano dai tetti dei centri commerciali, o dai cornicioni dei palazzi, o che muoiono nell’attraversamento all’ultimo secondo delle rotaie, o che si schiantano per un’inquadratura a 100 all’ora, o che commettono un passo falso in arrampicata per affidare all’occhio di una fotocamera un panorama mozzafiato.
Pensano di stupire il mondo immortalando un momento irripetibile, ma nulla è immortale e il bello della vita sta proprio nella sua unicità e fragilità.
Nel bisogno costante di doverla accudire, consapevoli che averne la possibilità è una fortuna da non sprecare. Come novelli Narcisi, i selfiesti idolatrano il riflesso della superficie di sé, non c’è profondità; affacciati sul lago del web vedono un’immagine, la moltiplicano all’infinito in tutte le pose possibili, in tutte le smorfie possibili. La bramano per primi, nella speranza che il resto dell’umanità si innamori della loro bellezza. Basta pochissimo e come novelli Narcisi cadere nel lago e morire d’amore.
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