Mafia nigeriana in Sardegna tra droga e schiave in ostaggio coi riti voodoo

La presenza di gruppi criminali evidenziata nel report inviato al Viminale

SASSARI. Dopo il dossier messo insieme dalla Direzione investigativa antimafia (nel 2016), le informative che riguardano la nuova criminalità organizzata e la “forte interazione tra sodalizi italiani e di matrice straniera” da parte degli analisti delle forze di polizia si sono susseguiti con continuità. La preoccupazione espressa dall’ex ministro dell’Interno Beppe Pisanu nel servizio pubblicato sulla Nuova di ieri, in fondo, nasceva da valutazioni oggettive. Nella documentazione arrivata al Viminale, infatti c’è anche un capitolo dedicato alla “Mafia nigeriana in Sardegna”.



«Nel territorio sardo si registra la presenza di organizzazioni criminali nigeriane di matrice “cultista” – è scritto nel rapporto – principalmente nelle province di Cagliari e Sassari, i cui membri sono dediti al traffico di sostanze stupefacenti, alla tratta di esseri umani, alla riduzione in schiavitù, allo sfruttamento della prostituzione e al traffico e spaccio di sostanze stupefacenti». I primi segnali concreti a Sassari nell’estate del 2007. La squadra mobile della polizia - allora diretta da Giusy Stellino - dopo un lungo e complesso lavoro aveva disarticolato una organizzazione mista (nigeriani e italiani) specializzata nel favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e lo sfruttamento della prostituzione. In manette 22 persone: operazione “Osusu” era stata denominata. Le ragazze, tutte provenienti dalla Nigeria, venivano acquistate per 10-15mila euro e avviate alla prostituzione. Già allora vennero alla luce le modalità operative con le quali venivano gestite le giovani “schiave”, costrette anche a pagare l’affitto delle piazzole stradali dove venivano obbligate a lavorare.

Sono trascorsi più di 11 anni e la situazione è decisamente peggiorata nel Sassarese e in Sardegna. «Anche in queste realtà territoriali – è annotato nell’informativa del ministero dell’Interno – le organizzazioni “cultiste” presentano delle particolari connotazioni di tipo magico-religioso, riproducendo a livello locale il modus operandi e gli schemi di affiliazione tipici delle confraternite esistenti in madrepatria». Lo spostamento nei territori, quindi, non modifica il modo di operare della criminalità.

«Il contesto criminale nigeriano – è sottolineato nel dossier nazionale – è permeato da uno spiccato associazionismo in cui vengono messe in rilievo le varie congregazioni etniche pseudo-assistenziali che fungono spesso da “copertura” per le attività illegali. In particolare si tratta di organizzazioni “cultiste”, tra le quali emergono la “Supreme Eye Confraternity” (Sec) e la “Black Axe confraternity”». Del secondo gruppo, in particolare, sarebbero noti i movimenti per mettere radici solide in Sardegna. Si tratta di sodalizi ramificati a livello internazionale «che si caratterizzano per la forte componente esoterica, a sfondo voodoo o ju-ju, che va a influire in maniera sostanziale sul reclutamento e sull’operato dei partecipanti, nonchè - data l’alta valenza suggestiva - anche sulle stesse vittime del reato di tratta che restano così indissolubilmente legate, per timore di ritorsioni, ai trafficanti». Dal rapporto arrivato al Viminale, risulta che «i diversificati traffici illegali e la struttura pluricellulare delle consorterie criminose, determinano la necessità di gestire ingenti somme di denaro. Per cui sempre più i nigeriani investono in strutture finanziarie di trasferimento di denaro (money transfer). I proventi delle attività illegali sono impiegati inoltre in attività commerciali di varia natura, quali phone center, alimentari e negozi etnici. Le somme vengono trasferite in Nigeria con il sistema bancario “hawala” o attraverso i “money mule”». Il quadro evidenzia che la criminalità nigeriana è già presente in diverse regioni italiane: Veneto, Piemonte, Lombardia, Emilia, Umbria, Lazio, Campania, Sardegna e Sicilia.
 

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