NON SI UCCIDE LA LIBERTÀ DI STAMPA
di NICOLÒ MIGHELI
Jamal faceva parte dei perdenti del clan Saud, vicino a Waled Bin Talal, uno degli uomini più ricchi del mondo, che il cugino erede al trono Mohamed Bin Salman imprigionò nell’hotel Riz di Riad...
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Jamal faceva parte dei perdenti del clan Saud, vicino a Waled Bin Talal, uno degli uomini più ricchi del mondo, che il cugino erede al trono Mohamed Bin Salman imprigionò nell’hotel Riz di Riad insieme ad altri facoltosi, costringendolo a donare la parte maggiore delle sue ricchezze allo Stato.
Khashoggi credeva in MBS, ne apprezzava lo spirito riformista, però fu spaventato dalla violenza di costui e fuggì; prima negli Usa e poi per amore in Turchia, dove contava sulla solidarietà dei Fratelli Musulmani, confraternita di cui faceva parte insieme a Erdogan. I suoi articoli sul Washington Post con cui chiedeva democrazia e libertà di stampa nei paesi arabi lo hanno condannato a morte.
Gli assassini potevano ricorrere a metodi più silenziosi come un infarto procurato, un incidente stradale, invece hanno scelto la sparizione clamorosa perché dovevano mandare un segnale agli oppositori e ai giornalisti: chiunque si immischia nei nostri affari sappia che non è sicuro ovunque si trovi.
Secondo Reportes sans Frontières sono 65 i giornalisti uccisi nel mondo nel 2017. Nel 2016 furono 79, una diminuzione ma con l’aumento della repressione, basti pensare a quel che succede in Turchia. Anche l’Europa non è esente. Nella Russia di Putin negli anni sono stati uccisi molti giornalisti colpevoli di voler raccontare gli interessi grigi di quei poteri.
Questo mese si commemora l’uccisione dodici anni fa di Anna Politkovskaja. Ultimi Orkhan Dzhemal, ucciso in Centroafrica insieme al regista Aleksandr Rastorguyev e al cameraman Kirill Radchenko, perché conducevano un’inchiesta sugli interessi in quella repubblica del gruppo paramilitare russo Wagner.
Vicenda che ricorda l’assassinio di Ilaria Alpi e Milan Hrovatin a Mogadiscio nel 1994. Daphne Caruana Galizia saltata in aria con la sua auto un anno fa perché indagava sui legami tra mafia e circoli maltesi; così come Jan Kuciak assassinato in Slovacchia. Anche l’Italia conta i suoi morti.
Graziella De Palo e Italo Toni scomparsi a Beirut nel 1980; Antonio Russo di Radio Radicale trovato morto in Georgia nel 2000, raccontava la guerra in Cecenia e i suoi orrori. Giancarlo Siani ucciso nel 1985 perché si interessava alla Camorra. Il giornalismo d’inchiesta è sempre stato un mestiere pericoloso, si indaga in aree di cui è meglio non sapere. Oggi quel tipo di racconto è stato abbandonato da molti giornali con la scusa che costa troppo. Spesso sono gli editori a volerlo, si evitano fastidi che nel caso migliore sono telefonate irate, in quello peggiore si mettono a rischio le entrate pubblicitarie, si può finire in tribunale.
Con la fine di quel giornalismo non è in gioco solo la libertà di stampa, è la nostra democrazia a essere compromessa.
Khashoggi credeva in MBS, ne apprezzava lo spirito riformista, però fu spaventato dalla violenza di costui e fuggì; prima negli Usa e poi per amore in Turchia, dove contava sulla solidarietà dei Fratelli Musulmani, confraternita di cui faceva parte insieme a Erdogan. I suoi articoli sul Washington Post con cui chiedeva democrazia e libertà di stampa nei paesi arabi lo hanno condannato a morte.
Gli assassini potevano ricorrere a metodi più silenziosi come un infarto procurato, un incidente stradale, invece hanno scelto la sparizione clamorosa perché dovevano mandare un segnale agli oppositori e ai giornalisti: chiunque si immischia nei nostri affari sappia che non è sicuro ovunque si trovi.
Secondo Reportes sans Frontières sono 65 i giornalisti uccisi nel mondo nel 2017. Nel 2016 furono 79, una diminuzione ma con l’aumento della repressione, basti pensare a quel che succede in Turchia. Anche l’Europa non è esente. Nella Russia di Putin negli anni sono stati uccisi molti giornalisti colpevoli di voler raccontare gli interessi grigi di quei poteri.
Questo mese si commemora l’uccisione dodici anni fa di Anna Politkovskaja. Ultimi Orkhan Dzhemal, ucciso in Centroafrica insieme al regista Aleksandr Rastorguyev e al cameraman Kirill Radchenko, perché conducevano un’inchiesta sugli interessi in quella repubblica del gruppo paramilitare russo Wagner.
Vicenda che ricorda l’assassinio di Ilaria Alpi e Milan Hrovatin a Mogadiscio nel 1994. Daphne Caruana Galizia saltata in aria con la sua auto un anno fa perché indagava sui legami tra mafia e circoli maltesi; così come Jan Kuciak assassinato in Slovacchia. Anche l’Italia conta i suoi morti.
Graziella De Palo e Italo Toni scomparsi a Beirut nel 1980; Antonio Russo di Radio Radicale trovato morto in Georgia nel 2000, raccontava la guerra in Cecenia e i suoi orrori. Giancarlo Siani ucciso nel 1985 perché si interessava alla Camorra. Il giornalismo d’inchiesta è sempre stato un mestiere pericoloso, si indaga in aree di cui è meglio non sapere. Oggi quel tipo di racconto è stato abbandonato da molti giornali con la scusa che costa troppo. Spesso sono gli editori a volerlo, si evitano fastidi che nel caso migliore sono telefonate irate, in quello peggiore si mettono a rischio le entrate pubblicitarie, si può finire in tribunale.
Con la fine di quel giornalismo non è in gioco solo la libertà di stampa, è la nostra democrazia a essere compromessa.
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