Pigliaru rompe col governo: i soldi dei sardi restano qui
di Alessandro Pirina
La giunta rifiuta di pagare 285 milioni per gli accantonamenti del 2019 Il presidente: sono anni che chiediamo che vengano applicate regole eque
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CAGLIARI. Cinque lettere in due mesi senza nessuna risposta, la Regione non ci sta e sfida il governo: i 285 milioni di accantonamenti restano in Sardegna. Una somma a cui vanno aggiunti i 219 non pagati dopo l’impugnazione delle ultime tre finanziarie nazionali. Dei 754 milioni previsti nel 2019 la Sardegna verserà allo Stato “solo” 250 milioni per contribuire a risanare il debito pubblico. Un risparmio di 504 milioni per le casse isolane, ma anche l’ufficializzazione dello strappo tra la Regione targata Pd (e centrosinistra) e il governo di 5 stelle e Lega. Una rottura che potrebbe arrivare fino alla Corte costituzionale, che, però, sul tema, ha solitamente preso decisioni più vicine alla linea della Regione. Ed è proprio questa giurisprudenza favorevole ad avere probabilmente spinto Francesco Pigliaru ad accelerare lo strappo con Roma. «Noi abbiamo semplicemente chiesto al governo di poterci sedere intorno a un tavolo per stabilire quale deve essere il nostro giusto ed equo contributo per risanare il debito pubblico italiano – spiega il governatore –. Ora, dopo che per anni non abbiamo avuto risposte, dopo anni di silenzi e imposizioni di accantonamenti da parte dello Stato nei confronti della Regione, abbiamo deciso di muoverci anche noi in modo unilaterale». A dare manforte al presidente della Regione c’è tutta la maggioranza. Non solo l’assessore Raffaele Paci, il suo “ministro” del tesoro, ma anche il presidente del Consiglio, Gianfranco Ganau, il presidente della commissione, Franco Sabatini, e il capogruppo di Sdp, Daniele Cocco.
Le lettere. La frattura tra Cagliari e Roma nasce da lontano, già dai tempi dei governi “amici” di Renzi e Gentiloni, ma è con il cambio a Palazzo Chigi che i rapporti si sono inaspriti. Soprattutto dopo che il premier Giuseppe Conte ha presentato una manovra che va nel segno opposto della austerity. «Abbiamo inviato ben 5 lettere da quando il governo si è insediato a oggi per sollecitare un confronto sulla questione degli accantonamenti e non abbiamo mai ricevuto una risposta, tanto meno una convocazione a Palazzo Chigi –. Abbiamo scritto al presidente Conte, al ministro dell’Economia Tria, alla ministra per gli Affari regionali Stefani inviando un breve dossier di riepilogo». La prima lettera è stata inviata da Pigliaru il 13 luglio, seguita da altre due il 30 agosto e il 25 settembre. Il 1 ottobre è stato l’assessore Paci a scrivere una lettera aperta a Tria, all’indomani della decisione di portare il deficit al 2,4% con la Finanziaria nazionale. Infine, l’ultima il 12 ottobre.
L’assessore. «Abbiamo percorso tutte le strade possibili per trovare un accordo politico con il governo precedente e adesso per avviare il confronto con quello attuale – spiega Paci –. Ci hanno assicurato si sarebbe raggiunta un’intesa, ma niente è accaduto. Abbiamo subito fatto presente la questione al nuovo governo, ma siamo stati ignorati. Non si poteva più andare oltre, perciò abbiamo deciso di alzare ulteriormente il livello del confronto dopo aver impugnato le ultime tre finanziarie dei governi Renzi e Gentiloni e di non pagare questi altri 285 milioni perché non li riteniamo più legittimi».
Il rischio Consulta. Lo strappo, se non si ricompone prima, rischia di finire davanti alla Corte costituzionale, chiamata a dirimere i conflitti tra Stato e regioni. «Noi ci aspettiamo che finalmente il governo reagisca – dice ancora Pigliaru –. È dai tempi di Padoan che non abbiamo risposte. Noi non abbiamo nessuna difficoltà ad ammettere che tutte le regioni devono contribuire a pagare una quota del debito pubblico italiano, ma servono regole chiare ed eque. Lo chiediamo da anni. E se ora il governo deciderà di impugnare il provvedimento nessun problema: la Corte darà ragione a noi. Lo ha già stabilito in precedenti pronunce che gli accantonamenti non possono essere imposti in modo unilaterale, senza una intesa con la Regione».
Opposizione. Il fatto di avere alzato il livello dello scontro con il governo Conte non è piaciuto all’opposizione, che accusa Pigliaru di avere modificato il suo atteggiamento con Roma dopo che è cambiato l’interlocutore a Palazzo Chigi.
«Noi ci siamo rifiutati di pagare gli accantonamenti che i governi Renzi e Gentiloni, i cosiddetti governi amici, hanno cercato di imporci – dice ancora il presidente della Regione –. E come ci siamo rifiutati allora lo facciamo oggi. Non c’è alcuna questione politica dietro, ma di appartenenza. Noi vogliamo che la Regione Sardegna venga rispettata. Il mio auspicio è che questo braccio di ferro si risolva con la decisione del governo di sedersi insieme a noi intorno a un tavolo. È istituzionalmente inaccettabile che mentre il governo chiede spazi finanziari molto alti alla Ue, nei confronti della Sardegna continui questo silenzio assordante. Abbiamo più volte ripetuto che i 754 milioni previsti sono una cifra enorme e sproporzionata per la Sardegna, anche rispetto ad altre regioni più ricche della nostra. Se il governo vorrà finalmente incontrarci, naturalmente siamo pronti al confronto».
Ganau con Pigliaru. «Abbiamo più volte espresso l’incoerenza da parte del governo di imporre gli accantonamenti, senza un preventivo accordo con le Regioni a Statuto speciale – aggiunge Ganau –. È necessario sostenere con forza la battaglia della giunta, una battaglia che non deve essere soltanto del Consiglio regionale ma di tutti i sardi per rivendicare un diritto che ci spetta. Io mi auguro che l’assemblea sarda si esprima in maniera unitaria per sostenere una battaglia giusta e coerente, nonostante l’appuntamento elettorale alle porte, e sia in grado di sostenere le ragioni che sono di tutta la Sardegna e di tutti i sardi».
Finanziaria. La quota di accantonamenti da destinare alle casse dello Stato viene ogni anno appostata nella Finanziaria regionale. All’articolo 2 della manovra 2019-2021, già approvata dalla Giunta e inviata in Consiglio per essere incardinata in commissione e poi in aula, c’è scritto che «sono accertati e impegnati in favore dello Stato 250 milioni e 245mila euro per ciascuno degli anni 2019, 2020 e 2021».
La quota ulteriore che la Regione si rifiuta di pagare, 285 milioni, viene iscritta in un fondo regionale che potrà essere utilizzato, oltre che per sanare disavanzi, per «finanziare interventi di investimento e di sviluppo del territorio».
Le lettere. La frattura tra Cagliari e Roma nasce da lontano, già dai tempi dei governi “amici” di Renzi e Gentiloni, ma è con il cambio a Palazzo Chigi che i rapporti si sono inaspriti. Soprattutto dopo che il premier Giuseppe Conte ha presentato una manovra che va nel segno opposto della austerity. «Abbiamo inviato ben 5 lettere da quando il governo si è insediato a oggi per sollecitare un confronto sulla questione degli accantonamenti e non abbiamo mai ricevuto una risposta, tanto meno una convocazione a Palazzo Chigi –. Abbiamo scritto al presidente Conte, al ministro dell’Economia Tria, alla ministra per gli Affari regionali Stefani inviando un breve dossier di riepilogo». La prima lettera è stata inviata da Pigliaru il 13 luglio, seguita da altre due il 30 agosto e il 25 settembre. Il 1 ottobre è stato l’assessore Paci a scrivere una lettera aperta a Tria, all’indomani della decisione di portare il deficit al 2,4% con la Finanziaria nazionale. Infine, l’ultima il 12 ottobre.
L’assessore. «Abbiamo percorso tutte le strade possibili per trovare un accordo politico con il governo precedente e adesso per avviare il confronto con quello attuale – spiega Paci –. Ci hanno assicurato si sarebbe raggiunta un’intesa, ma niente è accaduto. Abbiamo subito fatto presente la questione al nuovo governo, ma siamo stati ignorati. Non si poteva più andare oltre, perciò abbiamo deciso di alzare ulteriormente il livello del confronto dopo aver impugnato le ultime tre finanziarie dei governi Renzi e Gentiloni e di non pagare questi altri 285 milioni perché non li riteniamo più legittimi».
Il rischio Consulta. Lo strappo, se non si ricompone prima, rischia di finire davanti alla Corte costituzionale, chiamata a dirimere i conflitti tra Stato e regioni. «Noi ci aspettiamo che finalmente il governo reagisca – dice ancora Pigliaru –. È dai tempi di Padoan che non abbiamo risposte. Noi non abbiamo nessuna difficoltà ad ammettere che tutte le regioni devono contribuire a pagare una quota del debito pubblico italiano, ma servono regole chiare ed eque. Lo chiediamo da anni. E se ora il governo deciderà di impugnare il provvedimento nessun problema: la Corte darà ragione a noi. Lo ha già stabilito in precedenti pronunce che gli accantonamenti non possono essere imposti in modo unilaterale, senza una intesa con la Regione».
Opposizione. Il fatto di avere alzato il livello dello scontro con il governo Conte non è piaciuto all’opposizione, che accusa Pigliaru di avere modificato il suo atteggiamento con Roma dopo che è cambiato l’interlocutore a Palazzo Chigi.
«Noi ci siamo rifiutati di pagare gli accantonamenti che i governi Renzi e Gentiloni, i cosiddetti governi amici, hanno cercato di imporci – dice ancora il presidente della Regione –. E come ci siamo rifiutati allora lo facciamo oggi. Non c’è alcuna questione politica dietro, ma di appartenenza. Noi vogliamo che la Regione Sardegna venga rispettata. Il mio auspicio è che questo braccio di ferro si risolva con la decisione del governo di sedersi insieme a noi intorno a un tavolo. È istituzionalmente inaccettabile che mentre il governo chiede spazi finanziari molto alti alla Ue, nei confronti della Sardegna continui questo silenzio assordante. Abbiamo più volte ripetuto che i 754 milioni previsti sono una cifra enorme e sproporzionata per la Sardegna, anche rispetto ad altre regioni più ricche della nostra. Se il governo vorrà finalmente incontrarci, naturalmente siamo pronti al confronto».
Ganau con Pigliaru. «Abbiamo più volte espresso l’incoerenza da parte del governo di imporre gli accantonamenti, senza un preventivo accordo con le Regioni a Statuto speciale – aggiunge Ganau –. È necessario sostenere con forza la battaglia della giunta, una battaglia che non deve essere soltanto del Consiglio regionale ma di tutti i sardi per rivendicare un diritto che ci spetta. Io mi auguro che l’assemblea sarda si esprima in maniera unitaria per sostenere una battaglia giusta e coerente, nonostante l’appuntamento elettorale alle porte, e sia in grado di sostenere le ragioni che sono di tutta la Sardegna e di tutti i sardi».
Finanziaria. La quota di accantonamenti da destinare alle casse dello Stato viene ogni anno appostata nella Finanziaria regionale. All’articolo 2 della manovra 2019-2021, già approvata dalla Giunta e inviata in Consiglio per essere incardinata in commissione e poi in aula, c’è scritto che «sono accertati e impegnati in favore dello Stato 250 milioni e 245mila euro per ciascuno degli anni 2019, 2020 e 2021».
La quota ulteriore che la Regione si rifiuta di pagare, 285 milioni, viene iscritta in un fondo regionale che potrà essere utilizzato, oltre che per sanare disavanzi, per «finanziare interventi di investimento e di sviluppo del territorio».
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