Alla democrazia servono elettori informati
Il politologo Brennan propone la "patente" per chi vota: è una provocazione ma è certo che ogni decisione importante ha bisogno di formazione e discussione
Una folla immensa, nei giorni scorsi, a Londra ha manifestato contro l'uscita del Regno Unito dalla Brexit. Milioni di britannici si sentono defraudati e danneggiati da una decisione assunta troppo in fretta, in maniera disinformata ed emotiva, sulla scorta di pressanti campagne populiste che hanno fatto leva sulla "pancia" dell'elettorato. Sono le contraddizioni di una democrazia troppo disintermediata, che mette in mano ai cittadini in modo diretto responsabilità e decisioni che meriterebbero ben altro livello di approfondimento. È così, che utilizzando come provocazione una proposta del politologo americano Jason Brennan, contenuta nel suo recente "Contro la Democrazia", ho provato a proporre un sondaggio attraverso il mio profilo Facebook.
Sostanzialmente ho domandato se chi rispondeva fosse d'accordo con l'introduzione di una "patente" dell'elettore accessibile a tutti come la patente di guida ma da ottenere in seguito a test di cultura civica e/o di conoscenza specifica dell'argomento su cui esprimere il voto. Pur con il limite della nota "bolla" social nella quale ciascuno di noi si trova immerso (scegliamo le nostre amicizie in base alle affinità culturali e l'algoritmo rafforza questa scelta) il risultato è stato sorprendente. Su 132 voti, circa il 70% era favorevole all'introduzione della "patente".
Diverse, come sempre, le posizioni espresse nei commenti. Molto incisiva, per esempio, l'idea che la "patente" debba in primo luogo essere rilasciata a chi si candida, ritenuto il più delle volte, non all'altezza del ruolo chiamato a ricoprire. Molta enfasi anche sulla sacralità del suffragio universale, una conquista cruciale della modernità che non va messa in discussione. Nessuno dei rispondenti, però, ha disconosciuto il problema: il voto disinformato è una piaga delle nostre democrazie. L'Italia è un Paese a forte rischio da questo punto di vista. Ultimo in Europa per percentuale di laureati, al quarto posto al mondo per analfabetismo funzionale, con una cultura che, sempre più, anche in ambienti insospettabili, tende a stigmatizzare la cultura e il sapere, a mettere alla berlina la scienza, a ritenere grettezza, ignoranza, grossolanità dei valori da premiare perché sinonimo di genuinità, schiettezza e sincerità. Abbiamo una delle peggiori opinioni pubbliche al mondo, questo non è in discussione nemmeno da parte di chi non vuole saperne di sottoporre chi vota o si fa votare a dei test. Bisogna dire che l'epistocrazia, cioè il governo degli informati di Brennan, è lontano da forme elitarie, aristocratiche o oligarchiche. Si può ben essere informati senza disporre di titoli di studio. Tutti noi conosciamo più persone che rispondono a questo profilo. Bisogna però prendere sul serio il proprio ruolo di cittadini. La democrazia si fonda su questo: nessuna deliberazione può avere senso senza basarsi su un substrato di dati, fatti e confronti fra opinioni che aiutino una decisione ponderata.
In molti, nei commenti al sondaggio, proponevano come rimedio un forte investimento in cultura, istruzione, scolarizzazione. È di certo uno sforzo che va fatto. Ma come metterla con i suoi tempi di realizzazione? Come con la maturazione dei suoi effetti benefici sui processi decisionali? Nel frattempo le Brexit potrebbero già avere prodotto danni gravissimi. Occorrono misure più rapide. Non so se le patenti o i voti differenziali di cui parla Brennan siano la soluzione. Provo sollievo nel constatare che i Costituenti hanno escluso, ad esempio, la materia dei trattati internazionali e delle politiche fiscali dall'ambito di applicazione dei referendum, levando, di fatto, la pistola di mano al potenziale suicida.
Credo nella democrazia deliberativa, cioè nel lavoro costante di informazione, formazione, discussione pubblica che deve precedere ogni decisione importante a qualsiasi livello di comunità. Molti esempi in Europa ci fanno dire che si tratta della strada giusta. Che al termine di questi percorsi, organizzati e sistematici, ci sia un test per poter votare o magari si premi il voto informato attribuendogli un valore maggiore, alla fine, è una formalità poco interessante.
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