Le isole Ue: vogliamo pari opportunità
Sardegna, Corsica, Baleari e Creta unite nella lotta per avere più peso in Europa
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CAGLIARI. C’è un articolo, è il numero 174, della Carta europea che recita «l'Unione punta a ridurre il divario fra le regioni e soprattutto il ritardo nello sviluppo in quelle meno favorite». E subito dopo: «Dovrà esserci sempre un’attenzione particolare per quelle che hanno gravi e permanenti svantaggi naturali o demografici, come ad esempio le regioni insulari». Però, dopo anni e anni, gran parte di questo è rimasto solo un principio, niente più. Al contrario delle aree ultraperiferiche, le isole europee continuano essere trattate alla stregua della terra ferma e quindi penalizzate due volte. Basta, non è più possibile: «Scriveremo ai nostri governi, perché chiedano con decisione all’Europa che i nostri diritti siano riconosciuti». È questa la voce di protesta e denuncia che s’è alzata dal palco del convegno «Il futuro dell’Europa, fai sentire la tua voce». A battere o quasi i pugni sul tavolo sono state, ancora una volta, Sardegna, Baleari e Corsica. Sono le tre isole che da molto tempo contestano la diversità di trattamento da parte dell’Unione europea. «A Bruxelles non hanno capito ancora – ha detto con forza il governatore Francesco Pigliaru – cosa voglia dire vivere in un’isola e quali sono i svantaggi che rendono più difficile e complicata la nostra vita. Perché se l’avessero capito, non continuerebbero a sbatterci la porta in faccia, a non permetterci di spendere come vorremmo i finanziamenti europei per arrivare ad avere le stesse pari opportunità di altri cittadini europei». Come in passato, le isole sono decise a riprendere in mano questa «guerra santa e sacrosanta», come ha sottolineato il presidente della Corsica, Gilles Simeoni, per rivendicare «un evidente diritto di cittadinanza negato» e che «continua a frenare il futuro economico e sociale degli oltre 20 milioni di europei che vivono nelle isole». Secondo Isabel Busquets Hidalgo, vicepresidente delle Baleari, «la nostra non è una rivendicazione per aver più soldi, è una richiesta di giustizia. Non possiamo più vivere nell’incertezza, nella paura d’incorrere in richiami dettati da regole che non tengono conto dell’insularità». È il caso delle procedure per i cosiddetti aiuti di Stato e sono cioè quegli investimenti contestati da Bruxelles, ma che invece per «le isole sono indispensabili soprattutto nei trasporti e la Sardegna, con il bando della continuità territoriale aerea, ha dovuto lottare per non rimanere schiacciata dal peso enorme delle regole europee». Regole che invece sono a maglie larghissime per le regioni ultraperiferiche, che hanno più di un vantaggio anche nel regime fiscale. «Ci basterebbe – ha detto Simeoni – che ci fosse riconosciuta anche solo una parte di quelle deroghe per fronteggiare fenomeni come quello dello spopolamento e dell’alta disoccupazione giovanile». Ma Jan Dzieciolowski, funzionario della Commissione europea, ha detto: «Finora le isole non hanno fatto lobby fra loro ed è per questo che tutto è rimasto fermo». La controrisposta delle tre isole, sostenute da Creta, è stata: «Bene, da oggi cominceremo a essere anche una lobby». (ua)
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