La Nuova Sardegna

Infezioni Hiv in aumento Boom tra gli eterosessuali

di Gianna Zazzara
Infezioni Hiv in aumento Boom tra gli eterosessuali

I dati arrivano dalla Lila : l’anno scorso registrati 61 nuovi casi nell’isola La presidente: «In Sardegna il piano nazionale contro il virus non funziona»

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SASSARI. Continua a fare paura il virus dell’Hiv. In Sardegna, nel 2017, si sono registrati 61 casi in più rispetto all’anno precedente. Boom di infezioni tra gli eterosessuali. A dimostrazione di come la malattia non sia più circoscritta a omosessuali e tossicodipendenti, le categorie storicamente più a rischio. È l’allarme lanciato ieri dalla Lila di Cagliari in occasione della Giornata mondiale per la lotta all’Aids.

«In Sardegna negli ultimi 3 anni i casi sono in costante aumento – ricorda la presidente dell’associazione, Brunella Mocci – Un dato che preoccupa, anche perché le 61 infezioni in più che ci sono state nell’isola nel 2017 sono quelle elencate nel «Registro nazionale delle infezioni Hiv», e cioè quelle che i centri di malattie infettive devono obbligatoriamente comunicare al ministero della Salute». In realtà i casi di Hiv ogni anno sono molti di più di quelli ufficiali. «Ma è un dato che sfugge alle autorità sanitarie nazionali perché chi va a fare il test in un laboratorio privato gode del diritto alla privacy – spiega la Mocci – È un problema che come associazione abbiamo portato più volte sul tavolo della commissione nazionale Aids, inutilmente. Invece è necessario che anche i centri clinici privati notifichino i casi di infezione al Ministero, perché solo così si può tutelare la salute pubblica». Ma quanti sono i casi che sfuggono alle rilevazioni? «La diffusione dell’Hiv in Italia è altissima, e ormai non è più limitata alle categorie ritenute a rischio, ma è un problema che riguarda tutti. Secondo alcuni studi oggi una persona su quattro è affetta dal virus Hiv. E molto spesso non lo sa, perché per almeno dieci anni la malattia non dà alcun sintomo. Se ne accorge solo quando la patologia sconfina nell’Aids e ormai è troppo tardi». Per questo la Lila invita tutti, soprattutto i più giovani, a fare il test. Solo così ci si può salvare la vita. «Certo, in Italia non siamo ai livelli dell’Africa, dove ormai la situazione è fuori controllo, ma i casi negli ultimi anni stanno aumentando». Come ci si può difendere? «Bisogna sottoporsi al test Hiv. La tempestività dello screening è fondamentale. Ormai le persone affette da Hiv, con la giusta terapia, possono vivere a lungo e mettere al mondo figli sani». La presidente invita a non nascondere la testa sotto la sabbia. «Se uno è preoccupato perché magari ha avuto un rapporto non protetto, è fondamentale che si sottoponga al test salivare il prima possibile. Noi, alla Lila, lo facciamo gratis una volta la settimana, garantendo l’anonimato». Brunella Mocci sa bene cosa voglia dire morire di Aids. «Negli anni ’80 e ’90 ho visto morire molti amici cari, spesso tossicodipendenti. Oggi la malattia è ancora più subdola, perché può colpire tutti. Indistintamente. Soprattutto i più giovani». La Lila da anni incontra i ragazzi nelle scuole grazie al progetto EducAids, per spiegare loro come si trasmette l’infezione e come ci si deve proteggere. «È incredibile che, nonostante la facilità di accesso alle informazioni, i ragazzi sappiano veramente poco di questa malattia. Molte ragazze sono convinte che basti prendere un anticoncezionale per non essere infettate. Non sanno, invece, che è necessario proteggersi col condom. Il dato sconfortante è che quasi la metà di loro non usa il profilattico durante i rapporti sessuali. Inoltre l’età del primo rapporto, in Sardegna, è scesa a 15 anni e questo mette ancora più in pericolo la salute dei ragazzi».

Eppure l’anno scorso è stata siglata l’intesa tra Stato e Regioni sul Piano nazionale Aids con l’obiettivo di riportare sotto controllo la situazione. «Buoni propositi rimasti lettera morta, anche in Sardegna – dice sconsolata la presidente della Lila – La Regione non ha stanziato alcun finanziamento. Eppure sarebbe l’unico modo per bloccare la catena di infezioni. Il piano, infatti, prevede interventi per agevolare l’accesso al test e permettere così alle persone di conoscere il proprio stato seriologico in modo da entrare subito in terapia». Di fronte all’assenza delle istituzioni, i volontari ci mettono tutto il loro impegno. «È una battaglia importante, che continueremo a combattere», assicura Brunella Mocci.

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