«L’occupazione è in ripresa ma il governo sbaglia tutto»
di Alessandro Pirina ; w; La Sardegna ha ormai intrapreso un cammino che la può portar fuori dalle secche della crisi, ma i provvedimenti del nuovo governo rischiano di farle innestare la marcia indietro. A sostenerlo è l’economista Paolo Guerrieri, grande esperto di Europa, consulente dell’Ocse e del Fondo monetario, nonché ex senatore Pd nella passata legislatura, ieri a Sassari per un seminario alla Camera di commercio sul tema lavoro. Il tutto all’indomani della diffusione dei dati Istat che hanno segnato un cambio di passo nell’isola: nel confronto tra il terzo trimestre di quest’anno, che va da luglio a settembre, e quello del 2017 l’occupazione è aumentata del 2,4 per cento, mentre la disoccupazione è diminuita di quasi tre punti e mezzo di percentuale.
L’economista ed ex senatore Pd: «I dati sul lavoro segnano un cambio di passo Ma la manovra di 5 stelle e Lega mette a rischio il cammino intrapreso fin qui»
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SASSARI. La Sardegna ha ormai intrapreso un cammino che la può portar fuori dalle secche della crisi, ma i provvedimenti del nuovo governo rischiano di farle innestare la marcia indietro. A sostenerlo è l’economista Paolo Guerrieri, grande esperto di Europa, consulente dell’Ocse e del Fondo monetario, nonché ex senatore Pd nella passata legislatura, ieri a Sassari per un seminario alla Camera di commercio sul tema lavoro. Il tutto all’indomani della diffusione dei dati Istat che hanno segnato un cambio di passo nell’isola: nel confronto tra il terzo trimestre di quest’anno, che va da luglio a settembre, e quello del 2017 l’occupazione è aumentata del 2,4 per cento, mentre la disoccupazione è diminuita di quasi tre punti e mezzo di percentuale.
Professor Guerrieri, la Sardegna vede la ripresa: quali sono i fattori che hanno determinato questi dati positivi ?
«Io credo che sia la somma di due fattori che hanno interagito in maniera positiva. Da un lato, è stato un anno molto favorevole per la Sardegna, e per il Paese in generale, con un tasso di crescita pari all’1,5 per cento. A questo bisogna aggiungere le strade intraprese dalle regioni, e dunque in questo caso dalla Sardegna, attraverso una serie di iniziative microeconomiche che hanno incontrato una domanda sostenuta da questa congiuntura favorevole. Insomma, hanno dato i loro frutti. E il risultato è quello che i numeri ci dicono».
Eppure tra la popolazione la ripresa non si percepisce. Anche i numeri reali vengono accolti con scetticismo.
«Prima la grande crisi del 2008, poi la seconda recessione del 2012: veniamo da anni durissimi che hanno inciso profondamente sugli strati della popolazione meno avvantaggiati e ancora non si sono create le condizioni per invertire il trend. Questi primi dati positivi non possono essere considerati risolutori ai fini del superamento di un ristagno che va avanti da anni. La Sardegna, come gran parte del Sud, è stata colpita più del resto del Paese. Oggi la situazione è indubbiamente diventata più favorevole ma non ha avuto modo e tempo di essere ancora percepita. In questi 10 anni c’è stato un deterioramento strutturale della economia italiana: ciò che ora conta è che il cammino intrapreso possa perdurare nel tempo».
Lei è stato senatore del Pd nella passata legislatura: come i giudica la politica economica del governo M5s-Lega?
«Il dato di partenza era una somma di provvedimenti, oggi assistiamo a un cambiamento radicale ma continua a mancare una strategia. Il reddito di cittadinanza, la quota 100, la flat tax: tutti provvedimenti che si preoccupavano di distribuire risorse senza però preoccuparsi da dove prenderle. Il vincolo delle risorse è fondamentale, soprattutto in un momento in cui il Paese ha necessità di proseguire sul cammino della ripresa. L’economia italiana ha bisogno di avere una capacità di fondere i benefici di questi ultimi anni, di produrre ricchezza, ma pensare di distribuire risorse senza specificare la provenienza, anzi prevedendo nuovi debiti, denota l’assenza di una visione strategica. Io non ho ancora capito il tema dello sviluppo di questo governo. Hanno smantellato provvedimenti accolti bene dal mondo produttivo, sostituendoli con poco o niente. La manovra doveva essere una grande sfida verso l’Europa, mentre si sta risolvendo in una sorta di aggiustamento, paradossalmente più dettato dalla Ue che dalle nostre esigenze. Senza contare che in questi mesi di non strategia, o di velleitaria strategia, abbiamo pagato costi molto salati».
Tra Brexit, avanzata dei populismi, rivolte sociali l’Europa è a un bivio: come si salva?
«Di certo non si può continuare come nulla fosse. Vorrebbe dire suicidarsi politicamente. L’Europa si salva solo se diventa più consapevole, se prende il destino nelle proprie mani di fronte alla sfide che arrivano dal mondo che cambia. Bisogna accettare l’idea che i singoli Stati da soli possono recuperare sovranità, ma questo non vuole dire capacità di controllo. Serve un controllo europeo e questa è la grande responsabilità che la Ue deve assumersi. La sfida più impellente e più difficile».
La Sardegna punta a rafforzare il legame con le altre isole del Mediterraneo: può essere lo strumento per avere più forza, anche economica, nella Ue?
«In Europa servono unioni in grado di esprimere obiettivi, strategie. In questo senso un simile tipo di coalizioni, anche a livello di città o di regioni, non è affatto in contraddizione con il rafforzamento di una maggiore identità europea».
Professor Guerrieri, la Sardegna vede la ripresa: quali sono i fattori che hanno determinato questi dati positivi ?
«Io credo che sia la somma di due fattori che hanno interagito in maniera positiva. Da un lato, è stato un anno molto favorevole per la Sardegna, e per il Paese in generale, con un tasso di crescita pari all’1,5 per cento. A questo bisogna aggiungere le strade intraprese dalle regioni, e dunque in questo caso dalla Sardegna, attraverso una serie di iniziative microeconomiche che hanno incontrato una domanda sostenuta da questa congiuntura favorevole. Insomma, hanno dato i loro frutti. E il risultato è quello che i numeri ci dicono».
Eppure tra la popolazione la ripresa non si percepisce. Anche i numeri reali vengono accolti con scetticismo.
«Prima la grande crisi del 2008, poi la seconda recessione del 2012: veniamo da anni durissimi che hanno inciso profondamente sugli strati della popolazione meno avvantaggiati e ancora non si sono create le condizioni per invertire il trend. Questi primi dati positivi non possono essere considerati risolutori ai fini del superamento di un ristagno che va avanti da anni. La Sardegna, come gran parte del Sud, è stata colpita più del resto del Paese. Oggi la situazione è indubbiamente diventata più favorevole ma non ha avuto modo e tempo di essere ancora percepita. In questi 10 anni c’è stato un deterioramento strutturale della economia italiana: ciò che ora conta è che il cammino intrapreso possa perdurare nel tempo».
Lei è stato senatore del Pd nella passata legislatura: come i giudica la politica economica del governo M5s-Lega?
«Il dato di partenza era una somma di provvedimenti, oggi assistiamo a un cambiamento radicale ma continua a mancare una strategia. Il reddito di cittadinanza, la quota 100, la flat tax: tutti provvedimenti che si preoccupavano di distribuire risorse senza però preoccuparsi da dove prenderle. Il vincolo delle risorse è fondamentale, soprattutto in un momento in cui il Paese ha necessità di proseguire sul cammino della ripresa. L’economia italiana ha bisogno di avere una capacità di fondere i benefici di questi ultimi anni, di produrre ricchezza, ma pensare di distribuire risorse senza specificare la provenienza, anzi prevedendo nuovi debiti, denota l’assenza di una visione strategica. Io non ho ancora capito il tema dello sviluppo di questo governo. Hanno smantellato provvedimenti accolti bene dal mondo produttivo, sostituendoli con poco o niente. La manovra doveva essere una grande sfida verso l’Europa, mentre si sta risolvendo in una sorta di aggiustamento, paradossalmente più dettato dalla Ue che dalle nostre esigenze. Senza contare che in questi mesi di non strategia, o di velleitaria strategia, abbiamo pagato costi molto salati».
Tra Brexit, avanzata dei populismi, rivolte sociali l’Europa è a un bivio: come si salva?
«Di certo non si può continuare come nulla fosse. Vorrebbe dire suicidarsi politicamente. L’Europa si salva solo se diventa più consapevole, se prende il destino nelle proprie mani di fronte alla sfide che arrivano dal mondo che cambia. Bisogna accettare l’idea che i singoli Stati da soli possono recuperare sovranità, ma questo non vuole dire capacità di controllo. Serve un controllo europeo e questa è la grande responsabilità che la Ue deve assumersi. La sfida più impellente e più difficile».
La Sardegna punta a rafforzare il legame con le altre isole del Mediterraneo: può essere lo strumento per avere più forza, anche economica, nella Ue?
«In Europa servono unioni in grado di esprimere obiettivi, strategie. In questo senso un simile tipo di coalizioni, anche a livello di città o di regioni, non è affatto in contraddizione con il rafforzamento di una maggiore identità europea».
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