La Nuova Sardegna

Sara Bachmann e le bambole di Freya: «Ecco le mie principesse»

di Giovanni Bua
Sara Bachmann e le bambole di Freya: «Ecco le mie principesse»

Il primo disegno lo ha fatto per la figlia: «Un viso con grandi occhi profondi». Danese, 36 anni, ha appena ricevuto da Coldiretti il premio Feminàs

31 dicembre 2018
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SASSARI. Quando suo marito Gianni Crobe le ha chiesto nove anni fa di far nascere e crescere la loro figlia in Sardegna non ha avuto dubbi. «C’era un’aria familiare nella vostra meravigliosa Isola. Una casa a pochi chilometri da Olbia e a pochi passi dal mare che mi riportava agli spazi aperti della mia infanzia. Un mondo in cui avvertivo vicinanze culturali profonde, che negli anni ho saputo apprezzare a pieno. Vi è mai capitato di vedere le forme di un bronzetto vichingo e un bronzetto nuragico? Sembrano fatti da un unico popolo».

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Lei è Sara Bachmann, danese di 36 anni, e quella casetta sul mare della Costa Smeralda da allora è diventata il laboratorio in cui prende forma una fortunatissima linea, che ha conquistato l’Isola e non solo: “Le amiche di Freya”. Centinaia di ritratti di donne con visi lunari e grandi occhi profondi, vestite con tradizionali costumi sardi.

Freya è sua figlia, e proprio per lei era il primo disegno da cui le “amiche” sono nate. «Un giorno mi sono messa a disegnare una principessa per lei, che aveva due anni, e le linee da mostrarle dovevano essere semplici, infantili, la classica raffigurazione frontale e bidimensionale, sproporzionata e un po’ bizzarra. Ma con dentro tutta la dolcezza che una mamma può mettere quando disegna per la sua bambina. Era un acquerello su un foglio A4, fatto e dimenticato, che però la mattina dopo ho trovato appeso al muro della cucina. Gianni l’aveva trovato troppo bello per “perderlo”. Mi ha spinto a continuare. La curiosità di vedere gli altri volti delle principesse era grande, per questo motivo ne sono state dipinte altre per poi, regalarle un giorno, alle amiche di Freya».

Il risultato è sorprendente. Le piccole “janas” toccano i cuori dei bimbi, che spesso durante le mostre e le tante iniziative (spesso benefiche) le abbracciano. Ma anche dei genitori e dei nonni. Anche perché al lavoro pittorico si affianca una ricerca iconografica rigorosa. Le principesse hanno infatti costumi tradizionali sardi sempre diversi, sempre studiati nei minimi particolari. «Ne abbiamo trovato più di trecento – racconta Sara –. E, se con la fisionomia delle “amiche” che li indossano mi prendo le mie libertà, nella riproduzione degli abiti sono rigorosa. Frequentiamo antropologi, scrittori ed esperti di vestiario tradizionale ai quali chiediamo informazioni per realizzare i nostri dipinti più complessi, ed è anche grazie a loro se scopriamo tante facce di una Sardegna magica e nascosta, anche se in realtà è sotto gli occhi di tutti ogni giorno».

Le “janas” conquistano l’Isola: mostre, eventi, esposizioni. Diventano di case nelle cortes dei paesi, vengono ospitate nelle grandi mostre. Dai dipinti nascono fiabe, oggetti, produzioni. E nuove linee. I bozzetti di Sara vengono reinterpretati dalla coppia. E finiscono su tela, legno, carta pregiata e tessuti. Le amiche diventano francesi, spagnole, americane, indiane, giapponesi, africane, amiche degli animali, sirenette delle fiabe nordiche, ritratti dedicati a una serie di grandi donne del mondo dell’arte e della letteratura: Yayoi Kusama, La Giuditta di Klimt, Peggy Guggenheim, Frida Kahlo ma anche a figure di riferimento del mondo sardo, donne coraggiose e rivoluzionarie come Edina Altara, Joyce Lussu o le sorelle Coroneo.

Perché Sara, Gianni e Freya sono cittadini del mondo. «Io vivo il mio rapporto con l’Isola in maniera molto “leggera”, libera – racconta l’artista – mi contamino. Ricerco tra le vostre janas la mia infanzia danese, fatta di trolls, folletti della campagna e bambole steineriane cucite a mano. E Gianni la arricchisce con i racconti di feste paesane, suoni di launeddas, cavalli bardati di sonagli e canto a tenore, come quello del nonno».

Il risultato è una sinergia che diventa manifesto di una sardità naturale quanto profonda. Che nei giorni scorsi “Coldiretti Donne impresa” ha coronato assegnando a Sara il premio Feminàs, dato a sette donne che in silenzio e a fari spenti stanno portando in alto il nome della Sardegna. «L’emozione è stata enorme – racconta Sara –. Prima di tutto perché sono stata accostata a donne di grande spessore, scrittrici, sportive, medici, imprenditrici. E poi perché mi rende orgogliosa che la Sardegna abbia riconosciuto l’amore sincero che provo per questa terra. Scrigno di meraviglie, di ricchezze non solo naturali ma soprattutto culturali, profonde, ataviche, potenti. Che andrebbero raccontate meglio, fatte conoscere a tutti. Nel nostro piccolo ci proviamo, e cerchiamo di essere molto attivi nell’aiutare chiunque abbia deciso la non facile strada di vivere d’arte, di bellezza, di studio».

«Io e Gianni ci siamo conosciuti a Firenze – conclude Sara – ero arrivata lì nel 2001 per imparare una lingua che mi affascinava, e ammirare le meraviglie dell’arte italiana. Lui si stava laureando in Architettura. Mi sembrava impossibile andare via da lì. Ma quando mi ha convinto a tornare nella sua Isola per crescere Freya, che era ancora in arrivo, mi ha detto: dalla sua finestra potrà vedere tutti i giorni Tavolara. Ora capisco cosa intendeva. Non avevo e non ho un traguardo da raggiungere. Ma mi piace che attraverso ciò che realizziamo arrivi la nostra idea di garbo, bellezza e gentilezza. Che noi abbiamo voluto per nostra figlia. E che ben rappresenta una parte importante della fiera Sardegna».

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