Peste suina, epidemia globale: l’isola in cattedra
A Cagliari 150 esperti di malattie animali. La relazione di Laddomada, Izs: «Virus quasi sconfitto»
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CAGLIARI. La peste africana, in meno di un anno, è diventata una maledizione anche in Cina, che da sempre ha il primato mondiale nella produzione e nel consumo di carne suina. Gli effetti collaterali, in Asia, sono stati immediati e devastanti: allevamenti dimezzati, danni per miliardi e miliardi di dollari, 140 per l’esattezza. Di contro, quella stessa piaga, la Sardegna sta per mettersela alle spalle. Proprio per questa vittoria, ormai alle porte, ancora una volta la campagna della Regione contro la Psa è stata celebrata come un modello virtuoso da seguire. L’ha ribadito, a Cagliari, Monique Eloit, direttrice dell’Organizzazione mondiale che fronteggia le epidemie animali, nel convegno organizzato dall’Istituto zooprofilattico, dal ministero della salute e dall’Oie. «Dev’essere soprattutto lo scambio di informazioni fra i vari Stati la prima barriera che dobbiamo innalzare per avere la meglio su fenomeni sempre più globali e aggressivi», ha confermato Monique Eloit. In platea oltre 150 esperti mondiali ascolteranno oggi la relazione di Alberto Laddomada, direttore dell’Istituto zooprofilattico, che nel frattempo ha fatto già sapere: «In Sardegna la peste suina è prossima all’estinzione. Nel 2013, invece, la situazione era disastrosa, con ben 109 focolai e interi territori messi al bando soprattutto a causa del pascolo brado. Siamo intervenuti con decisione e grazie agli abbattimenti sistematici siamo riusciti a interrompere la catena di trasmissione del virus. Oggi gran parte delle zone rosse sono state liberate dalla peste suina ed è rimasta una sola sacca da abbattere nel Gennargentu, in Ogliastra e Barbagia». Cominciata nel lontano 1978, la guerra contro il virus aspetta solo che l’Europa dia finalmente il via libera alla commercializzazione degli insaccati prodotti nei salumifici isolani con carni sarde. Forse all’inizio la cancellazione dell’embargo potrebbe non essere totale ma solo per alcuni territori: «In ogni caso sarà un successo – è stato sottolineato nel convegno – visto dal disastro da cui siamo partiti». C’è dell’altro: sempre la Sardegna è stata promossa dall’Organizzazione internazionale come un esempio da seguire nella lotta alla blue tongue, la febbre catarrale che colpisce gli ovini, un altro enorme patrimonio zootecnico isolano. Sandro Rolesu dell’Osservatorio regionale epidemiologico veterinario ha detto: «Grazie ai nostri studi avanzati, possiamo individuiamo le zone in cui potrebbero esserci uno o più focolai anche con dieci giorni d’anticipo ed è anche questo un passo avanti decisivo per fronteggiare le epidemie animali». Sono studi che la Sardegna metterà a disposizione anche oggi degli esperti internazionali, dimostrando che proprio «lo scambio e l’intreccio dei dati sanitari con quelli ambientali, meteorologici e socioeconomici deve diventare la prima vera barriera mondiale per individuare le criticità ancor prima che diventino ingovernabili». Con la Cina, finita in ginocchio, che vuole ispirarsi sempre più a un modello vincente. È quello della Sardegna, dove la peste suina è stata ormai messa all’angolo.
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