La giudice: solo Satta ha capito la gravità del fatto
Su Carta: «Non aveva movente eppure ha accettato di uccidere senza mostrare alcun ripensamento»
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GHILARZA. Il processo non si è limitato a ricostruire solo i fatti e la psicologia dei tre imputati. Per quanto tutto si sia svolto con il rito abbreviato, diverse considerazioni la giudice Silvia Palmas le riserva alle questioni dell’aula. L’avvocato difensore Aurelio Schintu, legale di Christian Fodde, aveva posto l’accento sull’incapacità di intendere del suo assistito per via dell’uso di stupefacenti. Ma, oltre che basandosi sulle dichiarazioni dello stesso imputato che aveva dichiarato di fare solo uso saltuario di droga, la giudice smonta questo aspetto evidenziando la lucidità con cui il delitto viene costruito. Non ravvisa un solo momento di tentennamento e soprattutto, sin dalla mattina dell’11 settembre, appare chiaro che la direzione che Christian Fodde vuol dare agli eventi è quella dell’omicidio.
Su Riccardo Carta, assistito dall’avvocato Angelo Merlini, così si esprime: «Sebbene senz’altro diversa, la sua posizione non appare meno grave e comunque in relazione all’omicidio tale da giustificare il riconoscimento delle circostanze attenuanti. Ha aderito al proposito omicida di un soggetto che per lui era poco più che un conoscente, senza alcun movente personale, fosse pure abietto come quello di Fodde, né alcun pur malinteso vincolo amicale con il promotore, mostrando in tal modo, nonostante l’età, una pericolosità e un indole criminale non comuni. Sorprende che abbia deciso di partecipare a un omicidio nelle poche decine di minuti in cui è stato coinvolto» e poi non abbia cambiato idea nonostante resti a lungo da solo, lontano dal gruppo.
La giudice non crede infine alle parole di Matteo Satta, assistito dall’avvocato Antonello Spada. Durante l’interrogatorio in aula, afferma che sentiva gli altri parlare di omicidio, ma mai avrebbe pensato che i suoi amici lo facessero davvero, ma le sue parole non bastano perché tenendo con sé i telefoni compie quell’atto che, di fatto, consente agli altri di andare tranquillamente a eseguire la condanna a morte. Gli viene quindi attribuito il concorso morale e materiale nell’omicidio. C’è però una luce in lui. Secondo la giudice Palmas, Satta «è l’unico che dalle sue dichiarazioni pare essersi reso conto dell’enorme gravità del delitto commesso». (e.carta)
Su Riccardo Carta, assistito dall’avvocato Angelo Merlini, così si esprime: «Sebbene senz’altro diversa, la sua posizione non appare meno grave e comunque in relazione all’omicidio tale da giustificare il riconoscimento delle circostanze attenuanti. Ha aderito al proposito omicida di un soggetto che per lui era poco più che un conoscente, senza alcun movente personale, fosse pure abietto come quello di Fodde, né alcun pur malinteso vincolo amicale con il promotore, mostrando in tal modo, nonostante l’età, una pericolosità e un indole criminale non comuni. Sorprende che abbia deciso di partecipare a un omicidio nelle poche decine di minuti in cui è stato coinvolto» e poi non abbia cambiato idea nonostante resti a lungo da solo, lontano dal gruppo.
La giudice non crede infine alle parole di Matteo Satta, assistito dall’avvocato Antonello Spada. Durante l’interrogatorio in aula, afferma che sentiva gli altri parlare di omicidio, ma mai avrebbe pensato che i suoi amici lo facessero davvero, ma le sue parole non bastano perché tenendo con sé i telefoni compie quell’atto che, di fatto, consente agli altri di andare tranquillamente a eseguire la condanna a morte. Gli viene quindi attribuito il concorso morale e materiale nell’omicidio. C’è però una luce in lui. Secondo la giudice Palmas, Satta «è l’unico che dalle sue dichiarazioni pare essersi reso conto dell’enorme gravità del delitto commesso». (e.carta)
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