La Nuova Sardegna

NUORO DI IERI PER PARLARE DI NUORO OGGI

di MARCELLO FOIS

Ma ha sempre, anche se spesso in maniera non organizzata, voluto essere un centro.Il territorio di presunzioni talmente prive di costrutto da ottenere risultati notevoli.Nuoro ha ignorato la sua...

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Ma ha sempre, anche se spesso in maniera non organizzata, voluto essere un centro.

Il territorio di presunzioni talmente prive di costrutto da ottenere risultati notevoli.

Nuoro ha ignorato la sua marginalità e annullato la sua portata periferica persino nei periodi in cui non superava i diecimila abitanti.

Ha considerato sé stessa caput mundi persino quando ha rifiutato in toto il Nobel per la letteratura assegnato alla scrittrice Grazia Deledda, che pure poteva essere un volano assai più efficace di quanto sia stato finora.

In quella società di trogloditi di lusso che sono il materiale pulsante della mia narrazione io ho sempre visto la prosopopea di chi irrealisticamente si butta in progetti più grandi di lui e, non di rado, finisce per centrarli in pieno.

Ho descritto perciò uomini che oscillano costantemente tra l’estremo di sé stessi fino alla temerarietà, e l’estremo della disillusione e disincanto.

Ciò che rende Nuoro così potentemente letteraria dal mio punto di vista è proprio questa tensione permanente che non sa trovare una sintesi. I Mannoni e i Carta, i ricchi e i poveri di Pietro e Paolo, con le loro costanti di conservazione e progressismo continuano a stabilire il ritmo della pulsazione della mia città.

E Pietro e Paolo stessi, che sono eternamente giovani, sono eternamente consistenti, ma anche evanescenti, rappresentano la nostra “meglio gioventù” ancora invischiata tra una presunzione di centralità e una dichiarata marginalità.

Ritengo che i romanzi dovrebbero assumersi per lo meno la responsabilità di porre questioni, e gli scrittori dovrebbero assumersi in pieno l’onere di provare a misurare il mondo circostante, direi, nuoresemente, l’universo intero col compasso della propria formazione identitaria.

Certo occorre il paradosso di concepirsi contemporaneamente presuntuosi e modesti in un esercizio di autocelebrazione e autocommiserazione senza soluzione di continuità.

Provare a spiegare cioè che le caratteristiche di un luogo letterario non sono sempre consolanti.

Oggi come allora ho chiarissimo in me il pensiero che per ogni avanzamento noi siamo in grado di produrre il nostro arretramento, per ogni eroe abbiamo pronto un impegnatissimo detrattore, per ogni successo abbiamo apparecchiato un insuccesso.

A Nuoro ho imparato che la jattura peggiore per uno scrittore è di scrivere un romanzo perfetto perché questo contravviene all’obbligo di abitare il fallimento. Per questo scrivo.

Per questo ho scritto Pietro e Paolo. Per questo, a dispetto di ogni elucubrazione Nuoro resta, e resterà sempre, la mia grammatica e il mio centro.

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