La Nuova Sardegna

Il piano del Consorzio non convince i pastori

di Vincenzo Garofalo
Il piano del Consorzio non convince i pastori

Si complica la regolamentazione dell’offerta del pecorino da inviare al ministero Servono 8mila sì di allevatori e trasformatori. Palitta: «Adesioni ferme al 50%»

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SASSARI. Servono 8 mila sì dei produttori e degli allevatori per dare il via libera al Piano di regolazione dell’offerta di pecorino romano dop 2019-2022, approvato il 30 luglio scorso dall’assemblea dei soci del Consorzio per la tutela del pecorino romano. Consensi che spedirebbero al vaglio del ministero delle Politiche agricole il Piano messo a punto dal Consorzio con l’obiettivo di regolarizzare produzioni e prezzi del pecorino romano, e quindi del latte ovino, garantendo i giusti guadagni a tutti gli attori della filiera.

Le difficoltà. Solo che nel mondo delle campagne sarde il Piano proposto dal Consorzio non è proprio popolare: «Il quorum di 8mila adesioni per l’approvazione penalizza l’iter del Piano», dice il presidente del Consorzio per la tutela del pecorino romano, Salvatore Palitta, nel corso del convegno sul nuovo Piano per la regolazione dell’offerta, che si è tenuto a Sassari su iniziativa dell'Associazione degli studenti di Agraria, dello stesso Consorzio, del dipartimento di Agraria e del dipartimento di Veterinaria dell'ateneo sassarese, con la partecipazione del dirigente del ministero delle Politiche agricole, Antonio Maria Caira. «Finora fra le adesioni sono al cinquanta per cento fra assemblee di cooperative e allevatori che si sono espressi». Un conteggio che, ad annata casearia già iniziata, non promette nulla di buono: «Raggiungere il quorum di 8 mila adesioni è un'opera complicatissima. In più, i tempi burocratici per la raccolta delle adesioni, l'istruttoria, l'invio al Ministero e la sua approvazione, sono lunghissimi, quindi gli effetti del Piano, se approvato, si potranno vedere nella prossima annata», ipotizza ancora Palitta. «Noi lasciamo aperto il cantiere per approfondire la discussione a tutti i livelli, con tutti i soggetti».

Gli interrogativi. A frenare il consenso attorno al Piano di regolazione dell’offerta sono diversi dubbi degli allevatori e dei produttori, in parte espressi durante il convegno dal presidente del Centro studi agricoli e vice presidente di Copagri, Tore Piana: la penale di 64 centesimi per ogni chilo di prodotto che sfora le quote assegnate, rischia di essere vanificata da un fitto sistema di deroghe e abbattimenti che riducono la sanzione fino a un minimo di 8 centesimi al chilo; le quote di produzione sono assegnate ai singoli caseifici in base alle produzioni dell’ultimo triennio; gli allevatori continuano a essere la ruota debole della filiera, su cui si riversa comunque lo scotto e i costi degli sforamenti della produzione di pecorino. Contestazioni davanti alle quali Palitta ribadisce che l’unica strada concreta per stabilizzare il mercato del pecorino è il Piano dell’offerta, di cui difende ispirazione e contenuti: «Questo Piano è uno strumento di indirizzo per raggiungere l’equilibrio di mercato e dare quindi ai prezzi e alle produzioni la stabilità di cui c’è bisogno».

Il sistema di controllo. Proprio il punto di equilibrio è il fulcro del Piano, come spiegato dall’agronomo del Consorzio, Gianfranco Gaias: «Definire un punto di equilibrio produttivo è necessario per prevenire squilibri di mercato, e questo sarà individuato attraverso la verifica dell’andamento produttivo degli ultimi 5 anni, tenendo conto dei dati di mercato disponibili e dell’analisi sulla possibile evoluzione delle condizioni dell’offerta e della domanda, sia sul mercato interno che sul mercato internazionale».

Le quote. Gaias e Palitta precisano anche gli aspetti sulle quote produzione da assegnare ai caseifici e le sanzioni per chi sforerà. «Le quote di produzione saranno determinate ed espresse sia in termini di quantità di chili di pecorino romano dop, sia in termini di litri di latte destinato alla produzione della dop». A ogni caseificio inserito nel sistema di controllo sarà attribuita la quota di produzione sulla base del proprio coefficiente di rappresentatività, determinato utilizzando la maggiore produzione delle annate casearie comprese nell’ultimo triennio, in rapporto al totale della maggiore produzione di tutti i produttori. Chi sforerà le quote assegnate dovrà pagare al Consorzio una “contribuzione differenziata aggiuntiva”, pari a 64 centesimi per chilo di formaggio prodotto in eccesso. Questa contribuzione però potrà essere abbattuta grazie a un sistema di deroghe e premialità che riguardano la differenziazione del prodotto, la qualità, l’attività promozionale, la lunga stagionatura e altri parametri.

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