Roger, sfruttato e umiliato: «Basta, rinuncio al lavoro»

Un 21enne ivoriano faceva il lavapiatti in ristorante: il turno durava 10 ore

VILLANOVAFORRU. Chi ha avuto la sfortuna di nascere nella parte sbagliata del globo deve sempre pagare un prezzo alto per dare un senso alla propria vita. Ma per Roger (lo chiameremo così), ivoriano di 21 anni, tutto ha un limite: la dignità, il diritto di non essere e umiliato e schiavizzato. Come gli è successo in un ristorante di una terra, la Sardegna, che pure sa bene cosa sia la parola sfruttamento. Così ha deciso di lasciare quel lavoro, che gli serviva per aiutare la famiglia in Africa e acquistare punti in tribunale per l’ottenimento della tanto ambita protezione internazionale.

A lanciare la sua storia in un post su facebook è stato per primo il sindaco di Villanovaforru, Maurizio Onnis. Roger era dispostissimo a pagare caro il sogno di cambiare il suo destino: ha abbandonato il suo Paese per tentare di aiutare la famiglia affrontando le incognite di un viaggio pericolosissimo verso l’Europa e di una condizione da migrante mal sopportato. Ha deciso di puntare tutto sulla voglia di lavorare. «Siccome è uno veramente a posto, cerca e trova un lavoro – ha scritto Onnis – Ristorazione. Contratto regolare, part-time. Però succede che non lo fanno lavorare 4, ma 10 ore al giorno. E che viene bersagliato, schernito senza sosta, dalla truppa di cucina e dai proprietari del locale. Trattato come uno schiavo. Lui non può andarsene, perché quelle settimane d’impiego lo aiutano ad ottenere il giudizio favorevole del tribunale. Ma quando tutto è finito, dopo due mesi da lavapiatti, gli è passata qualsiasi voglia di lasciarsi “integrare” da noi. Perché questa “integrazione” serve unicamente a farlo sentire una m... Io non so cosa ci sia nel suo futuro. So cosa c’è nel nostro presente: cattiveria, frustrazione, stupidità. E nessuno ne viene fuori bene».

Francesco Lo Sardo dirige il Cas (centro di accoglienza straordinaria) di Villanovaforru: «Da 11 anni svolgo questo lavoro – racconta – sono stato a Elmas e come facente funzione a Lampedusa, e potete credermi: Roger è esattamente il contrario del prototipo dell’aspirante mantenuto. È uno che non si tira mai indietro quando c’è da dare una mano agli operatori del Cas, anche quando non gli competerebbe. È molto propositivo. Ma non è il solo, il 90 per cento di questi ragazzi sono così».

Per Lo Sardo «nessuno merita un trattamento degradante, ma a maggior ragione uno come lui. Roger mi ha raccontato di un ambiente assolutamente invivibile, fatto di urla continue, per non parlare dell’orario che era costretto a rispettare, di 10 ore contro le 4 previste». Insomma un clima inadatto a chi si vuole integrare. A meno che per integrazione non si intenda accettare tutto il peggio che una comunità può esprimere. «Mantenere quel lavoro era una necessità, se lo ha lasciato significa che era arrivato al limite della sopportazione – dice il direttore del centro di accoglienza – ma spesso il cinismo di chi fa impresa fa dire: sei tu che hai bisogno del lavoro, quindi detto io le condizioni. Questo dà rabbia».

Eppure Roger ha tanta voglia di integrarsi. «Ha frequentato corsi di alfabetizzazione nella struttura, ha il livello 2 di lingua italiana, che è buono. Ha terminato le medie nel suo paese, ma ha un’intelligenza fine, un bagaglio culturale che gli consente di confrontarsi sulla situazione politica della Costa d’Avorio, sul dominio post coloniale della Francia – spiega Lo Sardo – Se è vero che in mezzo a chi arriva con i barconi ci sono anche delinquenti, io che ne ho visti passare di migranti in questi anni vi posso assicurare: non sono tutti come qualcuno ci vuol far credere. Chiaro che dove ci sono disagio e problemi è più facile trovare persone problematiche. Ma è giusto che tutti gli altri, quelli come Roger, che sono la maggioranza, paghino le colpe altrui?»

Sembra di sentirli gli anti-immigrazione: “Certo, meglio non far niente”, “Più facile bighellonare e chiedere l’elemosina”, e via banalizzando. Purtroppo per loro Roger ogni giorno percorre decine di chilometri in bici per consegnare i curriculum nei paesi vicini. E la sua voglia è uno schiaffo a chi il coraggio di cambiare forse non l’ha mai avuto.

©RIPRODUZIONE RISERVATA



WsStaticBoxes WsStaticBoxes