La Nuova Sardegna

La rivolta dei benzinai: «Schiavi delle compagnie»

Mauro Lissia
La rivolta dei benzinai: «Schiavi delle compagnie»

Dal 2014 dimezzati i margini di profitto, meno di 3 centesimi al litro di carburante. La protesta parte dall’isola: si cerca la via per cambiare il patto con i petrolieri

3 MINUTI DI LETTURA





CAGLIARI. La paga? Un euro l’ora. Il reddito mensile? In media cinquecento euro per 53 ore di lavoro alla settimana. Non si parla di braccianti finiti nelle grinfie di caporali schiavisti, sono i titolari dei 380 distributori di carburante della Sardegna e dei 22 mila in Italia legati alle grandi compagnie e da quelle costretti a condizioni economiche degne del terzo mondo. Accade dal 2014, quando i sindacati Faib, Fegica e Figisc hanno firmato per ragioni insondabili un accordo suicida coi petrolieri dimezzando i profitti dei gestori e condannando al fallimento centinaia di pompe di benzina. Ora quell’accordo è in bilico: dall’Angac, associazione nazionale gestori autonomi carburanti, un’organizzazione alternativa ai sindacati nata nell’isola - 130 gestori iscritti, altri in procinto di iscriversi - è partita una protesta disperata, che lo studio legale cagliaritano Macciotta appoggia sul piano giuridico. «Stiamo cercando di liberarci da questo accordo-capestro - conferma Adele Cireddu, portavoce dell’Angac - che tolta l’autonomia ai gestori ha dato origine a una forma di caporalato petrolifero, con le compagnie che impongono tutto, compresi gli orari di lavoro. Alternative non ce ne sono, i numeri parlano chiaro: o si supera quest’accordo oppure si chiude».

Conti alla mano, il fallimento seriale dei distributori rappresenterebbe uno sconquasso per il mercato del lavoro: alle pompe di benzina della Sardegna opera un migliaio di addetti, tutti candidati a finire a spasso. Per questo non c’è tempo da perdere: il prossimo passo pubblico sarà un flash mob davanti al consiglio regionale, obbiettivo la revisione del patto. Obbiettivo urgente e indispensabile, perché vista attraverso le cifre la situazione va oltre i confini dell’incredibile: nel 2011 il margine di profitto per i gestori era di 4,75 centesimi lordi a litro, nel 2018 è calato a 2,75 al servito e a circa 5 nei self service. Per un pieno di 50 litri, al gestore rimane in tasca circa un euro e mezzo. Ma a stabilire il prezzo alla pompa non sono più i titolari degli impianti ma le compagnie, che li regolano in base al mercato e alle situazioni dei territori. Così capita che fra distributori distanti pochi chilometri, il prezzo della benzina e del gasolio salga o scenda per ragioni che si possono solo sospettare. Il problema, vitale per la maggior parte dei gestori, non riguarda i titolari dei distributori «bianchi», quelli che acquistano i carburanti senza passare per Eni, Ip, Agip, Total Erg ed Esso: «Chi è autonomo - conferma Adele Cireddu - non ha prezzi imposti e può negoziare coi grossisti, realizzando margini maggiori». In Sardegna le pompe di benzina «bianche» sono 120 e sono quelle che restano a galla con minor fatica. Domanda: perché non trasferire tutti gli impianti sul mercato libero? Risposta: «Perché le licenze e gli impianti sono in mano alle compagnie».Scontato aggiungere che sono anche gli automobilisti a rimetterci: se i petrolieri fanno cartello, i prezzi non calano. Come dire: i margini dei gestori rimangono sempre quelli, la variabile è il profitto delle compagnie.

Scrive l’Angac in una nota trasmessa anche al Governo: «Il prezzo imposto concordato tra compagnie quando eccessivo provoca la riduzione dei volumi per i gestori dell’area interessata, ma anche un paradossale aumento di guadagno per le compagnie, addirittura con una perdita di vendite nell’ordine del 90%, la compagnia ha lo stesso guadagno. Il gestore invece con un prezzo fuori mercato è destinato al fallimento». Non solo: «La differenza di prezzo del servito rispetto al self, arrivata ai limiti della decenza, è un altro abuso a danno dei gestori - è scritto nella nota - perché la compagnia, inclusi tutti i costi di produzione, trasporto e il proprio margine nel prezzo al self si appropria del valore aggiunto rispetto al self dato dal lavoro del gestore, cui riconosce solo pochi centesimi, a fronte di differenziali tra i 20 e gli 80 centesimi». Come dire: uno lavora e l’altro incassa. Fino a quando?

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google

Primo Piano
Il raid

Undici furgoni a fuoco nella notte: attentato contro un’azienda logistica del sud Sardegna – Le indagini

Le nostre iniziative