[NERO]«LA MIA DOMANDA FECE CADERE IL MURO, NESSUNO CI VOLEVA CREDERE»
quella conferenza stampa arrivò in ritardo, ma Riccardo Ehrman pose le domande giuste e soprattutto capì la portata delle risposte di Guenter Schabowski, portavoce del governo dell’ex Ddr. E si...
3 MINUTI DI LETTURA
quella conferenza stampa arrivò in ritardo, ma Riccardo Ehrman pose le domande giuste e soprattutto capì la portata delle risposte di Guenter Schabowski, portavoce del governo dell’ex Ddr. E si precipitò al telefono a dettare quella notizia, decisiva per la caduta del Muro di Berlino, «prima di tutti gli altri». Con il capo redattore che «ebbe paura di un abbaglio, e tenne la notizia ferma per almeno una ventina di minuti...».
Il giornalista, che oggi si sente trasformato «in una notizia» era all'epoca il corrispondente dell'ANSA dalla DDR, e di domande ne fece tre, racconta, trenta anni dopo ricordando quei momenti passati alla storia. L'effetto fu straordinario: la caduta della frontiera di cemento che per 28 anni aveva diviso la capitale in due blocchi.
«Era una noiosa conferenza stampa, come tutte quelle del regime comunista della Germania orientale. Durò quasi due ore», ricorda in un'intervista con la sua testata.
«Il portavoce Guenter Schabowski aveva parlato di cose fatte e da fare e aveva anche accennato, parlando monotonamente, come sempre, che era anche possibile che il regime avesse commesso qualche errore». Fu a quel punto che Ehrman ebbe il merito di mettere in campo l'argomento cruciale dell'incontro con la stampa del 9 novembre 1989, che di lì a poche ore avrebbe cambiato la storia del mondo: «Prendendo spunto da quella affermazione, la mia domanda, quando finalmente mi fu concessa la parola, fu: “non crede che avete commesso degli errori nel promulgare una nuova legge sui viaggi che non era tale, ma solo una conferma di tutto quello che succedeva prima?” Più tardi mi disse che con quella formulazione lo avevo fatto irritare molto».
Alla conferenza stampa rispose che «noi non facciamo errori». E tirò fuori dalla tasca un foglietto, con cui annunciava appunto che tutti i cittadini tedeschi orientali potevano varcare tutte le frontiere, senza passaporto». Era il segno di una rivoluzione. «Fino ad allora una condizione del genere era un miraggio», sottolineò. «E fu a questo punto che io aggiunsi altre due domande: vale anche per Berlino ovest? Sì - fu la risposta - vale per tutte le frontiere». E poi feci l'ultima: «E da quando? Schabowski rimase un momento interdetto: su questo foglio non c'è scritto, però sicuramente vale da questo momento», disse. Commise un errore, perché io ho la copia del foglio che mi regalò lui stesso nel 2002, e lì c'è scritto «ab sofort», che tradotto in italiano vuol dire «da subito».
La ricostruzione di quell'incontro con i giornalisti in Germania è stato a lungo dibattuta: la paternità di questa ultima decisiva domanda viene infatti rivendicata anche un cronista della Bild. Il riconoscimento formale, da parte del governo tedesco, andò però proprio ad Ehrman, insignito della Croce al merito. E Willy Brandt gli disse incontrandolo, un giorno: una «domanda breve, un effetto enorme».
Non basta però saper porre le domande, bisogna anche riuscire a comprendere le risposte, sottolinea il giornalista.
«Si stava dando notizia della caduta del muro, ma nessuno l'aveva capito - spiega ancora Ehrman -. I colleghi tedeschi, così abituati alle fanfaronate del regime comunista, avevano creduto fosse un'altra sparata pubblicitaria. Per me non lo era. Io ho creduto a quell'annuncio, come del resto fece il portavoce della Missione diplomatica della Germania occidentale, che corse come me al telefono». «Ricordo che prima di entrare nella cabina telefonica gli chiesi: “pensi che sia possibile?” Lui mi rispose “ohneZweifel”, senza dubbio. E telefonò a Kohl, che si trovava in visita ufficiale a Varsavia e rientrò di corsa a Bonn. Il cancelliere venne però a Berlino solo qualche giorno dopo, «quando la notizia ormai sicura era stata confermata».
«Quella corsa al telefono mi costò anche 30 marchi di allora, mai recuperati: nella fretta mi dimenticai di chiedere la ricevuta di quella chiamata e non potei chiedere il rimborso...», racconta il giornalista scherzando.
Il giornalista, che oggi si sente trasformato «in una notizia» era all'epoca il corrispondente dell'ANSA dalla DDR, e di domande ne fece tre, racconta, trenta anni dopo ricordando quei momenti passati alla storia. L'effetto fu straordinario: la caduta della frontiera di cemento che per 28 anni aveva diviso la capitale in due blocchi.
«Era una noiosa conferenza stampa, come tutte quelle del regime comunista della Germania orientale. Durò quasi due ore», ricorda in un'intervista con la sua testata.
«Il portavoce Guenter Schabowski aveva parlato di cose fatte e da fare e aveva anche accennato, parlando monotonamente, come sempre, che era anche possibile che il regime avesse commesso qualche errore». Fu a quel punto che Ehrman ebbe il merito di mettere in campo l'argomento cruciale dell'incontro con la stampa del 9 novembre 1989, che di lì a poche ore avrebbe cambiato la storia del mondo: «Prendendo spunto da quella affermazione, la mia domanda, quando finalmente mi fu concessa la parola, fu: “non crede che avete commesso degli errori nel promulgare una nuova legge sui viaggi che non era tale, ma solo una conferma di tutto quello che succedeva prima?” Più tardi mi disse che con quella formulazione lo avevo fatto irritare molto».
Alla conferenza stampa rispose che «noi non facciamo errori». E tirò fuori dalla tasca un foglietto, con cui annunciava appunto che tutti i cittadini tedeschi orientali potevano varcare tutte le frontiere, senza passaporto». Era il segno di una rivoluzione. «Fino ad allora una condizione del genere era un miraggio», sottolineò. «E fu a questo punto che io aggiunsi altre due domande: vale anche per Berlino ovest? Sì - fu la risposta - vale per tutte le frontiere». E poi feci l'ultima: «E da quando? Schabowski rimase un momento interdetto: su questo foglio non c'è scritto, però sicuramente vale da questo momento», disse. Commise un errore, perché io ho la copia del foglio che mi regalò lui stesso nel 2002, e lì c'è scritto «ab sofort», che tradotto in italiano vuol dire «da subito».
La ricostruzione di quell'incontro con i giornalisti in Germania è stato a lungo dibattuta: la paternità di questa ultima decisiva domanda viene infatti rivendicata anche un cronista della Bild. Il riconoscimento formale, da parte del governo tedesco, andò però proprio ad Ehrman, insignito della Croce al merito. E Willy Brandt gli disse incontrandolo, un giorno: una «domanda breve, un effetto enorme».
Non basta però saper porre le domande, bisogna anche riuscire a comprendere le risposte, sottolinea il giornalista.
«Si stava dando notizia della caduta del muro, ma nessuno l'aveva capito - spiega ancora Ehrman -. I colleghi tedeschi, così abituati alle fanfaronate del regime comunista, avevano creduto fosse un'altra sparata pubblicitaria. Per me non lo era. Io ho creduto a quell'annuncio, come del resto fece il portavoce della Missione diplomatica della Germania occidentale, che corse come me al telefono». «Ricordo che prima di entrare nella cabina telefonica gli chiesi: “pensi che sia possibile?” Lui mi rispose “ohneZweifel”, senza dubbio. E telefonò a Kohl, che si trovava in visita ufficiale a Varsavia e rientrò di corsa a Bonn. Il cancelliere venne però a Berlino solo qualche giorno dopo, «quando la notizia ormai sicura era stata confermata».
«Quella corsa al telefono mi costò anche 30 marchi di allora, mai recuperati: nella fretta mi dimenticai di chiedere la ricevuta di quella chiamata e non potei chiedere il rimborso...», racconta il giornalista scherzando.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google
![[NERO]«LA MIA DOMANDA FECE CADERE IL MURO, NESSUNO CI VOLEVA CREDERE»](https://api-sites-prd.saegroup.abinsula.com/api/media/image/contentid/policy:1.37879818:1653496060/image/image.jpg?f=detail_558&h=720&w=1280&$p$f$h$w=d5eb06a)