Scarpa: «All’isola serve un sistema completo»
Il docente di economia spiega l’importanza della dorsale: e non deve essere pagata dai soli sardi
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CAGLIARI. Carlo Scarpa, ordinario di economia ed economia industriale all’università di Brescia è uno degli economisti più conosciuti anche perché cofondatore del sito internet lavoce.info. Scarpa, già consulente di Consob, Bankitalia e della stessa Autorità per l’energia, ieri è intervenuto via telefono al convegno.
Professore, perché la metanizzazione per noi è strategica?
«Perché c’è un ritardo da colmare, da fare al più presto in modo equo ed efficiente. La metanizzazione del resto del paese è partita negli anni Sessanta: è ora che si compia. Quanto al come, il governo spinge per rafforzare l’attuale sistema che prevede dei punti di arrivo, i depositi costieri, dei carri bombolai che distribuiscono il metano e l’immissione nelle reti locali. Un sistema strano ma tutto sommato sostenibile. Certamente la dorsale sarebbe un netto miglioramento. Avere la dorsale vorrebbe dire evitare altre infrastrutture locali e far girare dei camion che non saranno sicuramente delle bombe ambulanti, ma che preferiremmo non veder. E tutto sommato per il consumatore finale non farebbe alcuna differenza. Un sistema “fatto bene” richiede anche la dorsale».
C’è il problema della tariffa.
«È un problema, può diventare una opportunità. In tutte le zone di nuova metanizzazione (avremo a breve il caso del Cilento) il costo in una prima fase sarebbe elevato. Da un lato avremmo infrastrutture nuove e non ammortizzate, dall’altro all’inizio gli utenti sarebbero pochi ma destinati a crescere. Le zone di nuova metanizzazione sono destinate ad avere costi più elevati per un periodo significativo. Ma avere tariffe così elevate vorrebbe dire scoraggiare gli allacciamenti e rischiare il fallimento. Perciò le tariffe delle zone di recente metanizzazione vengono calcolate come media di una regione più ampia (il nord-est più che il Meridione) e la metanizzazione viene sostenuta da tariffe non penalizzanti. Qui però ci troviamo in una situazione diversa. Non con una area limitata ma con una intera regione. Se altrove la tariffa della zona interessata è collegata a quella di un territorio di maggiori dimensioni qui con una intera regione a quale ambito territoriale dobbiamo fare riferimento? Arera in una prima fase ha detto: facciamo della Sardegna un ambito a sé stante e carichiamo i costi delle infrastrutture solo sui sardi. Non mi sembra sensato. Faccio un ragionamento banale. Come è accaduto che in questi anni i sardi hanno pagato con la fiscalità generale le infrastrutture che sono servite a realizzare la rete nazionale, perché il resto del paese non deve pagare per la rete sarda? Se si giungesse ad un ambito nazionale e si distribuissero i costi su tutti gli utenti staremmo parlando di pochi centesimi a bolletta. E potrebbe anche essere l’occasione per passare alla tariffa unica nazionale. Del resto con la dorsale, ma non solo, il collegamento via nave tra i terminali e la penisola renderebbe il sistema sardo parte di un unico gasdotto virtuale. Chi si opporrebbe?».(g.cen.)
Professore, perché la metanizzazione per noi è strategica?
«Perché c’è un ritardo da colmare, da fare al più presto in modo equo ed efficiente. La metanizzazione del resto del paese è partita negli anni Sessanta: è ora che si compia. Quanto al come, il governo spinge per rafforzare l’attuale sistema che prevede dei punti di arrivo, i depositi costieri, dei carri bombolai che distribuiscono il metano e l’immissione nelle reti locali. Un sistema strano ma tutto sommato sostenibile. Certamente la dorsale sarebbe un netto miglioramento. Avere la dorsale vorrebbe dire evitare altre infrastrutture locali e far girare dei camion che non saranno sicuramente delle bombe ambulanti, ma che preferiremmo non veder. E tutto sommato per il consumatore finale non farebbe alcuna differenza. Un sistema “fatto bene” richiede anche la dorsale».
C’è il problema della tariffa.
«È un problema, può diventare una opportunità. In tutte le zone di nuova metanizzazione (avremo a breve il caso del Cilento) il costo in una prima fase sarebbe elevato. Da un lato avremmo infrastrutture nuove e non ammortizzate, dall’altro all’inizio gli utenti sarebbero pochi ma destinati a crescere. Le zone di nuova metanizzazione sono destinate ad avere costi più elevati per un periodo significativo. Ma avere tariffe così elevate vorrebbe dire scoraggiare gli allacciamenti e rischiare il fallimento. Perciò le tariffe delle zone di recente metanizzazione vengono calcolate come media di una regione più ampia (il nord-est più che il Meridione) e la metanizzazione viene sostenuta da tariffe non penalizzanti. Qui però ci troviamo in una situazione diversa. Non con una area limitata ma con una intera regione. Se altrove la tariffa della zona interessata è collegata a quella di un territorio di maggiori dimensioni qui con una intera regione a quale ambito territoriale dobbiamo fare riferimento? Arera in una prima fase ha detto: facciamo della Sardegna un ambito a sé stante e carichiamo i costi delle infrastrutture solo sui sardi. Non mi sembra sensato. Faccio un ragionamento banale. Come è accaduto che in questi anni i sardi hanno pagato con la fiscalità generale le infrastrutture che sono servite a realizzare la rete nazionale, perché il resto del paese non deve pagare per la rete sarda? Se si giungesse ad un ambito nazionale e si distribuissero i costi su tutti gli utenti staremmo parlando di pochi centesimi a bolletta. E potrebbe anche essere l’occasione per passare alla tariffa unica nazionale. Del resto con la dorsale, ma non solo, il collegamento via nave tra i terminali e la penisola renderebbe il sistema sardo parte di un unico gasdotto virtuale. Chi si opporrebbe?».(g.cen.)
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