La Nuova Sardegna

Il batterio killer e l'anziana morta in Toscana. L’esperto: «Rischi limitati»

di Claudio Zoccheddu
Sergio Babudieri
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Sergio Babudieri

L’infettivologo: «Non c’è il rischio di un’epidemia o di un contagio su larga scala. È letale solo nelle persone immunodepresse o reduci da gravi patologie» 

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SASSARI. Il coefficiente di rischio non è calcolabile perché troppo basso. Allo stesso modo, non sono quantificabili le eventuali responsabilità da parte dei “portatori”. Il batterio New Delhi, che pare aver ucciso la 78enne Stefania Usai di Arborea, non è destinato a diventare un’emergenza anche nell’isola: «C’è da chiarire un aspetto – spiega il professor Sergio Babudieri, infettivologo dell’Università di Sassari –, non si entra su un autobus “contaminato” e poi si muore. Il batterio New Delhi diventa letale solo su persone già debilitate da particolari patologie, oppure reduci da interventi chirurgici. L’infezione diventa letale solo in situazioni multiproblematiche e su persone immunodepresse».

C’è poi un altro aspetto: il super batterio New Delhi in realtà è un enzima prodotto dalla flora batterica dell’intestino che ha sviluppato la capacità di resistere agli antibiotici e che diventa virulento, e quindi pericoloso, quando infetta altre parti dell’organismo proprio per via dell’estrema refrattarietà alle cure. Guarire da un’infezione batterica di questo tipo, dunque, è molto complicato. Si potrebbe comunque evitare il “contagio”: «La diffusione nelle strutture ospedaliere, come sta capitando in questo periodo in Toscana – spiega ancora Babudieri –, è dettata dall’igiene. In ospedale il contrasto alla diffusione di questo tipo di batteri si può fare solo con i frequenti lavaggi effettuati ad esempio con il sapone antisettico e rinfrescati utilizzando il gel che è sempre a disposizione negli ospedali. Quello che mi sorprende è che questo stia avvenendo in poli ospedalieri come quello di Pisa, una struttura all’avanguardia e tra le più attrezzate proprio al contenimento delle infezioni batteriche. È anche vero che il numero di persone che può essere entrato in contatto con l’enzima è altissimo, dunque complicato da controllare».

L’esempio che Babudieri utilizza nei suoi corsi è quello dell’aeroporto: «A chi non è mai capitato di entrare in un qualsiasi bagno di un qualsiasi aeroporto. Toccando un maniglia si rischia di entrare in contatto con un’enorme quantità di batteri e se non si procede a un accurato lavaggio delle mani si diventa automaticamente vettori degli stessi batteri. E per diffonderli basta una stretta di mano». Per permettere al batterio di entrare in azione basta un gesto che tutti fanno quasi automaticamente: «Portarsi le mani agli occhi, o alla bocca. E il gioco è fatto», aggiunge l’infettivologo. Quando il “contagio” è già avvenuto, le uniche strade per uscirne non sono quelle convenzionali: «Serve un cocktail di antibiotici, in modo che si possa aggredire i batteri da più punti. È l’unico modo per contenere la contaminazione».

Il caso della paziente sarda morta a Pisa dopo una probabile infezione del batterio New Delhi, intanto, è ancora da chiarire. Con tutte le difficoltà tipiche di un episodio di questo tipo. Ci sono quattro medici indagati e un medico legale incaricato dal sostituto procurare di Pisa di effettuare l’esame autoptico, che dovrebbe chiarire le effettive cause della morte.
 

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