Caos sul traghetto, la verità degli agenti: «Perseguitati ed esasperati, ma non abbiamo reagito»
di Daniela Scano
La lite con i ragazzi: i due poliziotti penitenziari presentano un esposto in Procura
4 MINUTI DI LETTURA
SASSARI. Non ci stanno e si difendono con determinazione: «Quella notte siamo stati letteralmente perseguitati per ore da quei giovani scatenati». La loro verità è contenuta in un esposto presentato alla Procura della Repubblica di Sassari e con il quale chiedono che venga fatta chiarezza fino in fondo su quanto accaduto a bordo del traghetto della Grimaldi. Loro sono un ispettore e un agente della polizia penitenziaria in viaggio per la Sardegna dove avrebbero dovuto prendere servizio il giorno seguente, appena sbarcati .
Le due verità si fronteggiano, irrimediabilmente contrapposte dal principio alla fine. Da una parte ci sono gli studenti e due professori del Nautico di Siniscola. Al rientro da un viaggio di alternanza scuola-lavoro, qualche giorno fa, la scolaresca ha raccontato ai genitori e al dirigente scolastico un’aggressione senza ragione subìta da parte di due uomini usciti da una cabina.
Questi però non ci stanno e si difendono: «Quella notte siamo stati letteralmente perseguitati per ore da quei giovani». Sarà quindi una inchiesta a chiarire i retroscena del parapiglia dell’altra notte durante la traversata Civitavecchia-Porto Torres della nave Grimaldi, dove erano imbarcati 26 studenti del Nautico di ritorno da uno stage.
Il magistrato che si occuperà del caso, dovrà districarsi tra due esposti: quello presentato dai genitori di un ragazzo rimasto ferito e l’altro, dei poliziotti penitenziari.
Due ragazzi e il loro professore mostrano, sui volti, i segni dei colpi ricevuti. I presunti autori del pestaggio ammettono solo di avere bruscamente “allontanato” con una manata il professore durante un tesissimo confronto, avvenuto in presenza dei ragazzi e in una cabina piena di bottiglie di birra vuote (ma anche altre da stappare) e satura di fumo.
I due negano con fermezza di avere picchiato i ragazzi. «Mentre inseguivamo chi ci aveva disturbati per ore – dice il più grande dei due –, un ragazzo si è fatto male a causa di una porta sbattuta in faccia».
Nel racconto, corredato di foto e video, il poliziotto penitenziario racconta una notte d’inferno di schiamazzi, insulti, provocazioni.
Lui e il suo collega sono due professionisti abituati a mantenere la calma nelle situazioni più estreme e, soprattutto, a non reagire alle provocazioni.
Eppure, ha ammesso l’uomo, l’altra notte la calma l’ha persa eccome. «È successo quando, dopo avere inseguito quei ragazzi fino alla cabina dove si erano rifugiati, abbiamo scoperto che con quei giovanissimi c’era un adulto. Addirittura un professore, la cui presenza ci ha lasciati senza parole. E quando gli abbiamo chiesto spiegazioni, questa persona ci ha risposto con arroganza».
Tutto comincia subito dopo l’imbarco, sul ponte 8 dove si affacciano le cabine occupate dalla scolaresca. «Il mio collega ed io quel giorno avevamo fatto un viaggio di ottocento chilometri in auto, guidando da Udine a Civitavecchia – hanno raccontato i due poliziotti –. Eravamo stanchi, sfiniti, avevamo bisogno di riposare. Abbiamo preso una cabina e siamo andati a dormire, ma non è stato possibile riposare per il chiasso. A mezzanotte, senza neppure uscire in corridoio, abbiamo invitato i ragazzi a stare calmi e ad andare a dormire. Lo abbiamo fatto altre due volte, urlando dall’interno della cabina di darsi una regolata. Mai lo avessimo fatto, si è scatenato l’inferno: bussavano e scappavano, poi tornavano e bussavano di nuovo. Ogni quarto d’ora, fino alle 3».
«A quel punto, dopo quattro ore, il mio collega ed io avevamo deciso di chiedere di cambiare cabina o di andare a riposare sul ponte – ha denunciato il poliziotto penitenziario –. Stavamo preparando la nostra roba quando qualcuno ha bussato per l’ultima volta. Siamo usciti e li abbiamo inseguiti fino alla cabina».
In questa versione dei fatti, il professore che accompagnava la scolaresca non avrebbe accolto bene i due esasperati compagni di viaggio. «Era in uno stato di alterazione psicofisica e faceva fatica a parlare e ci è venuto addosso – spiega –. Se avesse fatto il suo lavoro, se non avesse consentito per ore che quei ragazzi ci perseguitassero, non sarebbe successo niente. Invece non ha fatto nulla e come lui la sua collega, che è venuta dopo venti minuti insieme all’ufficiale di bordo per chiedere spiegazioni. Le abbiamo chiesto dove fosse lei, nelle ore in cui i ragazzi che erano affidati alla sua custodia si scatenavano». «Ci dispiace molto che sia successo e capiamo i genitori di quei ragazzi – ha concluso il graduato –. Anche io nei loro panni avrei preteso di sapere la verità».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Le due verità si fronteggiano, irrimediabilmente contrapposte dal principio alla fine. Da una parte ci sono gli studenti e due professori del Nautico di Siniscola. Al rientro da un viaggio di alternanza scuola-lavoro, qualche giorno fa, la scolaresca ha raccontato ai genitori e al dirigente scolastico un’aggressione senza ragione subìta da parte di due uomini usciti da una cabina.
Questi però non ci stanno e si difendono: «Quella notte siamo stati letteralmente perseguitati per ore da quei giovani». Sarà quindi una inchiesta a chiarire i retroscena del parapiglia dell’altra notte durante la traversata Civitavecchia-Porto Torres della nave Grimaldi, dove erano imbarcati 26 studenti del Nautico di ritorno da uno stage.
Il magistrato che si occuperà del caso, dovrà districarsi tra due esposti: quello presentato dai genitori di un ragazzo rimasto ferito e l’altro, dei poliziotti penitenziari.
Due ragazzi e il loro professore mostrano, sui volti, i segni dei colpi ricevuti. I presunti autori del pestaggio ammettono solo di avere bruscamente “allontanato” con una manata il professore durante un tesissimo confronto, avvenuto in presenza dei ragazzi e in una cabina piena di bottiglie di birra vuote (ma anche altre da stappare) e satura di fumo.
I due negano con fermezza di avere picchiato i ragazzi. «Mentre inseguivamo chi ci aveva disturbati per ore – dice il più grande dei due –, un ragazzo si è fatto male a causa di una porta sbattuta in faccia».
Nel racconto, corredato di foto e video, il poliziotto penitenziario racconta una notte d’inferno di schiamazzi, insulti, provocazioni.
Lui e il suo collega sono due professionisti abituati a mantenere la calma nelle situazioni più estreme e, soprattutto, a non reagire alle provocazioni.
Eppure, ha ammesso l’uomo, l’altra notte la calma l’ha persa eccome. «È successo quando, dopo avere inseguito quei ragazzi fino alla cabina dove si erano rifugiati, abbiamo scoperto che con quei giovanissimi c’era un adulto. Addirittura un professore, la cui presenza ci ha lasciati senza parole. E quando gli abbiamo chiesto spiegazioni, questa persona ci ha risposto con arroganza».
Tutto comincia subito dopo l’imbarco, sul ponte 8 dove si affacciano le cabine occupate dalla scolaresca. «Il mio collega ed io quel giorno avevamo fatto un viaggio di ottocento chilometri in auto, guidando da Udine a Civitavecchia – hanno raccontato i due poliziotti –. Eravamo stanchi, sfiniti, avevamo bisogno di riposare. Abbiamo preso una cabina e siamo andati a dormire, ma non è stato possibile riposare per il chiasso. A mezzanotte, senza neppure uscire in corridoio, abbiamo invitato i ragazzi a stare calmi e ad andare a dormire. Lo abbiamo fatto altre due volte, urlando dall’interno della cabina di darsi una regolata. Mai lo avessimo fatto, si è scatenato l’inferno: bussavano e scappavano, poi tornavano e bussavano di nuovo. Ogni quarto d’ora, fino alle 3».
«A quel punto, dopo quattro ore, il mio collega ed io avevamo deciso di chiedere di cambiare cabina o di andare a riposare sul ponte – ha denunciato il poliziotto penitenziario –. Stavamo preparando la nostra roba quando qualcuno ha bussato per l’ultima volta. Siamo usciti e li abbiamo inseguiti fino alla cabina».
In questa versione dei fatti, il professore che accompagnava la scolaresca non avrebbe accolto bene i due esasperati compagni di viaggio. «Era in uno stato di alterazione psicofisica e faceva fatica a parlare e ci è venuto addosso – spiega –. Se avesse fatto il suo lavoro, se non avesse consentito per ore che quei ragazzi ci perseguitassero, non sarebbe successo niente. Invece non ha fatto nulla e come lui la sua collega, che è venuta dopo venti minuti insieme all’ufficiale di bordo per chiedere spiegazioni. Le abbiamo chiesto dove fosse lei, nelle ore in cui i ragazzi che erano affidati alla sua custodia si scatenavano». «Ci dispiace molto che sia successo e capiamo i genitori di quei ragazzi – ha concluso il graduato –. Anche io nei loro panni avrei preteso di sapere la verità».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google
