La Nuova Sardegna

Ospedale di Bosa con pochi medici, il sindaco: meglio chiuderlo

Paolo Merlini
Il sindaco di Bosa Piero Casula
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Il sindaco di Bosa Piero Casula

Il primo cittadino rilancia la sua sfida alla Regione: così non si può andare avanti. Ancora nessuna risposta dall’assessore Nieddu: «Lo aspetto lunedì in Consiglio»

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BOSA. «Chiediamo un segnale concreto. Altrimenti l’ospedale è meglio chiuderlo che vederlo morire, con servizi che vengono meno uno dopo l’altro per l’impossibilità di gestirli». Dal suo ufficio al primo piano dello storico palazzo Puggioni, in via Garibaldi, un tempo sede dell’orfanotrofio cittadino e dal 2001 del municipio, Piero Casula parla della battaglia contro i mulini a vento che sta affrontando da quando, a giugno, è stato rieletto sindaco (lo era già stato dal 2009 al 2014). Bosa, ottomila abitanti, è rimasta senza un pediatra per quasi tutto il 2019, ora ne ha uno a tempo determinato. Ma l’emergenza vera riguarda l’ospedale. Stanco di aspettare, ha inviato una lettera all’assessore alla Sanità Mario Nieddu e per conoscenza al commissario dell’Ats, un po’ provocatoria, come ammette lui stesso. In estrema sintesi: caro assessore, all’ospedale Mastino il clima di incertezza è quotidiano. Meglio chiuderlo che tenerlo così.

Il problema principale è la mancanza di medici. Quanti ne sono rimasti in servizio?

«Si fa prima a dire quelli che mancano all’appello: due in medicina, tre al pronto soccorso, uno al laboratorio analisi dove mancano anche due tecnici, due in radiologia, dove dal 23 dicembre non saranno più garantiti notturni e festivi. Non arrivano medici e quelli che ci sono lavorano con enormi sacrifici personali. Per fortuna all’ospedale di Bosa ci sono persone con un altissimo senso del dovere, ma io non voglio che un medico si assuma più responsabilità di quelle che gli competono, perché ne va del livello di cura che dovrebbe essere garantito. Non voglio essere visitato da un medico che ha lavorato 36 ore in continuità. Ci sono medici che fanno doppi e tripli turni, non è ammissibile. Poi c’è carenza di infermieri. Se queste non sono avvisaglie di chiusura...».

L’assessore le ha risposto?

«Non ho ricevuto comunicazioni formali. Ma lo aspettiamo lunedì prossimo, il 23 dicembre, per un consiglio comunale straordinario al quale abbiano invitato i sindaci del territorio, consiglieri regionali e parlamentari della provincia, il commissario Ats e il direttore dell’Assl di Oristano. Mi aspetto in particolare la presenza di questi ultimi, perché ho la sensazione di assistere a un corto circuito istituzionale nelle decisioni da assumere sul futuro della sanità in Planargia».

Non che altrove la sanità goda di buona salute. Le si potrebbe obiettare che con i paesi vicini il Mastino serve un bacino di appena 12mila persone. Gli ospedali di Alghero, Oristano o Nuoro sono a un’ora di auto, il poliambulatorio di Macomer, che di fatto è un altro ospedale, dista solo trenta chilometri.

«Alla popolazione del territorio vanno aggiunte le settantamila presenze estive, perché Bosa è una città turistica, non va dimenticato. È chiaro che la scelta di aprire il poliambulatorio di Macomer ha creato un disequilibrio nei servizi sanitari del territorio. Ma il problema non è questo: se c’è la volontà di chiudere, e trasformare il Mastino in una casa della salute o altro, lo si dica chiaramente. Se la volontà politica, non dico di questa giunta o di quella che l’ha preceduta, ma delle scelte operate negli ultimi 15-20 anni, è centralizzare sempre più i servizi, così si calpesta l’identità della Sardegna, dove ci sono 377 comuni ciascuno con esigenze e problemi diversi, spesso isolati. E non parliamo della viabilità. Ha visto la strada per Macomer come è ridotta, quant’è pericolosa? O quella per Alghero?».

La politica regionale è indifferente ai vostri problemi?

«Pochi giorni prima del voto comunale è venuta a Bosa la commissione sanità, ma era un’evidente passerella elettorale e non la prendo neppure in considerazione. All’assessore Nieddu, che in seguito ha visitato l’ospedale, do atto della nuova Tac in arrivo all’ospedale: quella in funzione risale agli anni ’90 e ormai è un pezzo d’antiquariato. Ma le risposte che attendiamo sono altre e non riguardano solo l’ospedale, ma la tutela della salute più in generale in questo territorio».

Per esempio?

«Il caso pediatria. All’ospedale sulla carta c’è il reparto di ostetricia e ginecologia, ma funziona solo quest’ultimo servizio. I bambini non nascono più a Bosa, ma a Oristano, Alghero, Nuoro. Mi dirà che le nascite si possono programmare. Ma poi i bambini vanno seguiti. La nostra città quest’anno è rimasta senza pediatra per sei mesi. Alla fine ne è stato nominato uno a tempo determinato, una soluzione provvisoria insomma. Nel frattempo le mamme si sono dovute rivolgere ai privati, spendendo anche 80 euro per una visita alla quale i loro bambini avrebbero diritto gratuitamente. È diritto alla salute questo?».
 

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