Baturi: priorità a lavoro, emigrazione e natalità
di Mario Girau
Il nuovo arcivescovo di Cagliari: molte sfide si possono combattere puntando sull’identità dell’isola
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CAGLIARI. Monsignor Giuseppe Baturi, vescovo da appena tre giorni, non ha programmi di lavoro pronti nel cassetto: «Devo prima conoscere, studiare, capire». Ma sa di dover fare i conti con almeno quattro emergenze sarde particolarmente preoccupanti, «perché rivelano un deficit di speranza. Anche l’aggressione dei giorni scorsi a un prete cagliaritano mentre fa emergere un disagio che si rivela sotto forma di violenza individualistica che non si ferma neppure di fronte ai simboli e alla dignità dell’uomo, accentua la necessità di rafforzare il bene che c’è dentro la società e in ogni uomo».
Il nuovo arcivescovo (55 anni, nell’ultimo secolo il più giovane presule, dopo Ernesto M. Piovella e Paolo Botto, alla guida della diocesi cagliaritana), ieri ha messo davanti ai giornalisti gli allarmi sociali della Sardegna che riecheggeranno nella sua azione pastorale: natalità (la percentuale più bassa in Europa), l’alto numero di Neet (27,7 per cento), che non studiano e non si formano e soprattutto non cercano lavoro, l’emigrazione dei giovani («andare in altri paesi per conoscere, studiare e incontrare altre culture è un fatto positivo, diventa negativo se depaupera il nostro territorio di risorse intellettuali e di energie giovanili»), la disoccupazione a doppia cifra per adulti e in misura più drammatica per i giovani, «ai quali bisogna assicurare un futuro attrattivo nella nostra isola».
Gli obiettivi macro sono gli stessi indicati da papa Francesco ai quasi 150 vescovi italiani nominati da Bergoglio negli ultimi sette anni: costruire una chiesa «dalle porte aperte», «uscire verso gli altri», giungere alle «periferie umane». Ma la programmazione pastorale non si fa a tavolino. «Le piste di lavoro – dice Baturi – richiedono conoscenza. Quindi studiare le questioni sociali, leggere le statistiche, soprattutto incontrare sacerdoti e laici, che mi aiutino a capire». Sabato scorso il neo arcivescovo ha parlato con il governatore Christian Solinas. Con la Chiesa sarda anche la giunta ha avviato un dialogo produttivo in uno spirito di costante collaborazione. Il presidente della Regione un mese fa ha chiesto l’aiuto dei vescovi per contrastare più efficacemente la dispersione scolastica. «Tante sfide si possono combattere – suggerisce il neo arcivescovo – puntando sull'identità di questa terra. Una tradizione che deve innovarsi per affrontare anche tematiche moderne». L’importante per Baturi è «avere solide radici e ampi orizzonti», dentro i quali mettere anche la preghiera in limba: «La lingua è la casa in cui si abita: si vive in italiano, si muore in dialetto».
Sembra di capire che fino al prossimo mese di giugno Baturi osserverà a 360 gradi la realtà diocesana e quella sarda con frequenti consultazioni con i vescovi dell’isola. Il primo incontro martedì prossimo a Oristano, con probabile confronto anche sull’elezione di presidente e vicepresidente della Conferenza episcopale sarda, incarichi vacanti con l’uscita rispettivamente di monsignor Arrigo Miglio e di monsignor Ignazio Sanna. Giuseppe Baturi è l’unico presule non sardo in una Chiesa regionale “ridotta” (due diocesi accorpate) e in fase di riorganizzazione, che ha generato ad Ales-Terralba e Lanusei qualche malumore. «Siamo davanti a una sollecitazione che viene da lontano e dal Papa. Una riorganizzazione molto massiccia a metà degli anni Ottanta ha portato il numero delle diocesi italiane da oltre 300 alle attuali 226. Bisogna vederla – dice il nuovo arcivescovo – non in termini burocratici, ma in modo ecclesiale imparando a collaborare tra Chiese vicine». Stessa collaborazione Baturi auspica nel dinamismo interno alle singole chiese per un cammino sinodale, unitario: «Se cresce la solidarietà aumenta anche la partecipazione».
Il nuovo arcivescovo (55 anni, nell’ultimo secolo il più giovane presule, dopo Ernesto M. Piovella e Paolo Botto, alla guida della diocesi cagliaritana), ieri ha messo davanti ai giornalisti gli allarmi sociali della Sardegna che riecheggeranno nella sua azione pastorale: natalità (la percentuale più bassa in Europa), l’alto numero di Neet (27,7 per cento), che non studiano e non si formano e soprattutto non cercano lavoro, l’emigrazione dei giovani («andare in altri paesi per conoscere, studiare e incontrare altre culture è un fatto positivo, diventa negativo se depaupera il nostro territorio di risorse intellettuali e di energie giovanili»), la disoccupazione a doppia cifra per adulti e in misura più drammatica per i giovani, «ai quali bisogna assicurare un futuro attrattivo nella nostra isola».
Gli obiettivi macro sono gli stessi indicati da papa Francesco ai quasi 150 vescovi italiani nominati da Bergoglio negli ultimi sette anni: costruire una chiesa «dalle porte aperte», «uscire verso gli altri», giungere alle «periferie umane». Ma la programmazione pastorale non si fa a tavolino. «Le piste di lavoro – dice Baturi – richiedono conoscenza. Quindi studiare le questioni sociali, leggere le statistiche, soprattutto incontrare sacerdoti e laici, che mi aiutino a capire». Sabato scorso il neo arcivescovo ha parlato con il governatore Christian Solinas. Con la Chiesa sarda anche la giunta ha avviato un dialogo produttivo in uno spirito di costante collaborazione. Il presidente della Regione un mese fa ha chiesto l’aiuto dei vescovi per contrastare più efficacemente la dispersione scolastica. «Tante sfide si possono combattere – suggerisce il neo arcivescovo – puntando sull'identità di questa terra. Una tradizione che deve innovarsi per affrontare anche tematiche moderne». L’importante per Baturi è «avere solide radici e ampi orizzonti», dentro i quali mettere anche la preghiera in limba: «La lingua è la casa in cui si abita: si vive in italiano, si muore in dialetto».
Sembra di capire che fino al prossimo mese di giugno Baturi osserverà a 360 gradi la realtà diocesana e quella sarda con frequenti consultazioni con i vescovi dell’isola. Il primo incontro martedì prossimo a Oristano, con probabile confronto anche sull’elezione di presidente e vicepresidente della Conferenza episcopale sarda, incarichi vacanti con l’uscita rispettivamente di monsignor Arrigo Miglio e di monsignor Ignazio Sanna. Giuseppe Baturi è l’unico presule non sardo in una Chiesa regionale “ridotta” (due diocesi accorpate) e in fase di riorganizzazione, che ha generato ad Ales-Terralba e Lanusei qualche malumore. «Siamo davanti a una sollecitazione che viene da lontano e dal Papa. Una riorganizzazione molto massiccia a metà degli anni Ottanta ha portato il numero delle diocesi italiane da oltre 300 alle attuali 226. Bisogna vederla – dice il nuovo arcivescovo – non in termini burocratici, ma in modo ecclesiale imparando a collaborare tra Chiese vicine». Stessa collaborazione Baturi auspica nel dinamismo interno alle singole chiese per un cammino sinodale, unitario: «Se cresce la solidarietà aumenta anche la partecipazione».
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