Ha diffamato l’ex su Facebook: condannata dal tribunale di Nuoro
Una donna pagherà 500 euro: aveva pubblicato un post sul social. Ma lui non si ferma, pronta una causa civile per chiedere un risarcimento
NUORO. In tribunale ha spiegato le sue ragioni e ha ammesso che sì, il post che le è costato il processo per diffamazione aggravata nei confronti del suo ex compagno – e alla fine anche una condanna al pagamento di 500 euro e delle spese processuali, e il risarcimento verrà stabilito in sede civile – il 24 settembre del 2012 lo aveva scritto lei ma solo come reazione immediata all’ennesima presunta offesa subìta.
«Da quando lo avevo lasciato non faceva che parlare male di me – ha spiegato l’imputata rispondendo alle domande delle parti – era diventato un vero ostacolo alla mia serenità. Tant’è che ho dovuto chiedere anche l’intervento della questura: lui andava in giro a dire cose brutte di me. Lo so, ho fatto male ad aver scritto quel post ma ero davvero esasperata. L’ho scritto quel giorno dopo che ero tornata a casa e mi avevano raccontato che lui stava continuando a dire cose brutte nei miei confronti e le diceva a tante persone. Così ho deciso di ripagarlo con la stessa moneta».
Davanti al giudice Luisa Rosetti, Alessandra Bosu, nuorese, ha cercato di spiegare cosa l’avesse spinta, quella sera di settembre di otto anni fa, ad aprire la sua pagina Facebook, pigiare con disperazione sulla tastiera, e affidare a un post di diverse righe la sua rabbia nei confronti dell’ex compagno dal quale si sentiva perseguitata a colpi di messaggi e offese pesanti dopo che la loro relazione era finita.
«Ammetto di aver fatto male a scrivere quel post – ha spiegato in tribunale, prima che l’accusa e la difesa aprissero la fase della discussione ed esponessero al giudice monocratico le loro richieste finali – ho fatto male ma la disperazione era troppo grande: non faceva che offendermi in giro. Ho sbagliato ma non avevo alta strada: utilizzare un post». «Quanti amici aveva allora nel suo profilo Facebook?» le ha chiesto il pubblico ministero, Francesca Pala. «Ne avevo 61», ha risposto lei. Sessantuno persone, dunque, almeno potenzialmente, quella sera avevano letto il post dove Alessandra Bosu rivolgeva diverse offese al suo ex e gli lanciava diverse accuse che toccavano anche la sfera più intima di quest’ultimo e quella lavorativa.
«Che il messaggio sia stato scritto dall’imputata non ci sono dubbi – spiega, durante la sua requisitoria, il pubblico ministero – e almeno 61 persone lo hanno visto e riferito alla persona offesa. Tanti hanno anche commentato con offese. Il post è sufficientemente capace di offendere la persona? Dire di sì, tra l’altro ne tocca anche la sfera lavorativa. Chiedo che venga condannata a pagare 500 euro». «Nello stesso post c’è la prova del dolo specifico: ha scritto lei “niente di personale, solo dovere di cronaca” – ha spiegato l’avvocato Angelo Magliocchetti, che tutela l’ex compagno dell’imputata costituitosi parte civile – è stata lei che ha voluto dare notizia pubblica di un fatto non vero. E non ha giustificazioni perché ha aggredito la sfera intima di una persona e la sua capacità lavorativa, creando ombre. Credo che la sua responsabilità sia stata provata al di là di ogni ragionevole dubbio. Chiedo anche una provvisionale di 15mila euro e il pagamento di un importo di 15mila euro a titolo di riparazione».
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«L’unico che ha mentito è l’ex – ha spiegato, invece, l’avvocato della donna, Giovanni Colli – non è vero che la sua società era fallita a causa di questo post, e non è vero che era stato lui a lasciare lei. Lui era estremamente geloso: il rapporto era diventato un inferno. La Bosu si era dovuta rivolgere anche alla polizia e aveva detto le stesse cose che ha raccontato oggi. E ha spiegato che quel post lo aveva scritto dopo essere stata informata dell’ennesima offesa che lui aveva detto. Lei ha ricambiato nell’immediato con la stessa moneta: quella reazione per la legge era pienamente legittima e non punibile. Per questo chiedo che venga assolta perché il fatto non è punito in base all’articolo 599».
Il giudice alla fine ha condannato l’imputata a pagare 500 euro e a pagare le spese processuali, ma la pena è stata sospesa. La parte civile ha già annunciato l’avvio di una causa civile per ottenere un risarcimento.
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