Condannato a sette anni l’investitore di Marasco
di Silvia Sanna
La vittima, 31 anni, era sassarese. La madre Maria Grazia: «Sentenza giusta»
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SASSARI. È vero che la morte di un figlio, strappato così giovane agli affetti, all’amore del suo bambino, è una ferita che sanguina per sempre. Però Maria Grazia Carta, nuorese da molti anni a Roma, ieri pomeriggio ha provato per la prima volta dopo mesi una piacevole sensazione di sollievo, come un balsamo a lenire il suo dolore. L’uomo che ha investito e ucciso suo figlio Davide Marasco è stato condannato in primo grado dal gup di Roma a 7 anni e 2 mesi: una sentenza dura, considerato che il processo è stato celebrato con il rito abbreviato che prevede lo sconto di un terzo della pena, e che il pubblico ministero aveva sollecitato 5 anni. Pochi, pochissimi, secondo i familiari di Davide e secondo il loro avvocato Vincenzo Morganti. E pochi anche per il giudice che ha inflitto all’imputato Naimi Xhumari, 49 anni, albanese, una pena più severa tenendo conto di due fattori: l’uomo la notte del 27 maggio guidava ubriaco contromano e non si è fermato per soccorrere Davide agonizzante. Forse, se l’avesse fatto e avesse chiamato i soccorsi, il finale sarebbe stato diverso. Forse Davide, 32 anni ancora da compiere, panettiere nato a Sassari e con la Sardegna nel cuore, il suo bambino l’avrebbe visto crescere.
La condanna. Alle 16,30, pochi minuti dopo la lettura della sentenza e al termine di un’altra giornata estenuante, Maria Grazia Carta sorride appena: «È stata fatta giustizia – dice – il mio Davide non tornerà più, nessuno potrà restituircelo. Ma forse sentenze pesanti come questa faranno in modo che tragedie del genere non accadano più». Ad aspettare il verdetto, tra occhi lucidi e fotografie consumate tra le mani, i parenti di altre vittime della strada: la mattina si sono ritrovati all’ingresso del tribunale, in piazzale Clodio, per manifestare la loro vicinanza a Maria Grazia e a tutti i familiari di Davide. «Con loro, con chi ha vissuto la nostra stessa sofferenza – racconta Maria Grazia Carta – sto portando avanti una battaglia importante contro gli omicidi stradali. Serve maggiore prevenzione, chi guida sotto l’effetto di alcol e droghe e un potenziale assassino. Servono più controlli e pene più severe. Basta alla promozione in tivù le auto di grossa cilindrata che invitano a schiacciare sull’acceleratore. È eticamente sbagliato. Purtroppo anche le cronache recenti dimostrano che non c’è cultura della sicurezze: troppi morti in tutta Italia, qui a Roma la vicenda terribile di Camilla e Gaia, le due ragazzine di appena 16 anni. Ai loro genitori va il mio abbraccio. Qualche settimana fa è stata investita una nonna che attraversava con la bambina, in questa città l’urlo delle sirene è una colonna sonora incessante».
Il processo. In aula gli sguardi si sono appena incrociati. Maria Grazia Carta, accanto ai familiari, ha evitato di guardare l’imputato e ha ascoltato in silenzio la replica dell’avvocato Morganti. Il legale ha spiegato perché la richiesta del pubblico ministero – 5 anni – non costituisse a suo giudizio una condanna congrua rispetto alla gravità del fatto commesso da Naimi Xhumari. «Sono soddisfatto – dice l’avvocato – perché considerato lo sconto previsto con il rito abbreviato è stata emessa una condanna pesante: il massimo previsto per omicidio stradale è 12 anni con rito ordinario nel caso l’imputato abbia un tasso alcolemico superiore a 1,5». Nell’udienza precedente, culminata con le richieste del pm, in aula c’erano stati momenti di tensione, in particolare quando la difesa aveva lanciato dubbi sul fatto che Davide non indossasse il casco al momento dell’impatto con l’auto guidata dal cittadino albanese: «In realtà – aggiunge Morganti – è stato accertato che proprio in seguito all’impatto il casco di protezione si è slacciato ed è stato ritrovato a qualche metro di distanza dal corpo dello sfortunato ragazzo».
La battaglia di una madre. È avvilita, Maria Grazia. Perché il pensiero corre continuamente a quella notte di fine maggio e alla mattina successiva. La donna aveva scoperto tramite la figlia, in maniera casuale attraverso un messaggio pubblicato su Facebook, che Davide non c’era più. Maria Grazia ha scoperto che suo figlio era morto quando stava per iniziare la lezione con i suoi bambini alla Primaria di Tor Bella Monaca: «Nessuno mi ha avvisato, nessuno ha pensato che una madre, una compagna, un figlio, i fratelli, avessero il diritto di sapere che Davide era stato ucciso da un pirata della strada mentre andava a lavorare». Un silenzio da parte delle istituzioni che è proseguito anche nei mesi successivi, a parte alcune eccezioni. Maria Grazia Carta vuole ringraziare pubblicamente il sindaco di Nuoro, la sua città: «Mi è stato accanto, con messaggi d’affetto e una vicinanza che per me è stata importante. In una occasione ci siamo incontrati e abbiamo parlato a lungo. In questo periodo ho sentito la mia Sardegna al mio fianco, grazie anche al gruppo facebook “Sei di Nuoro se...” dall’inizio partecipe della mia sofferenza e sostenitore della mia battaglia». Che è appena all’inizio, sottolinea Maria Grazia nell’annunciare il grande evento del 23 febbraio: «Saremo tanti a manifestare a Roma per chiedere maggiore sicurezza sulle strade. Io porterò lo stendardo dell’associazione di judo di Davide: un simbolo per ricordare chi non c’è pi e per evitare che altre madri debbano piangere come me».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
La condanna. Alle 16,30, pochi minuti dopo la lettura della sentenza e al termine di un’altra giornata estenuante, Maria Grazia Carta sorride appena: «È stata fatta giustizia – dice – il mio Davide non tornerà più, nessuno potrà restituircelo. Ma forse sentenze pesanti come questa faranno in modo che tragedie del genere non accadano più». Ad aspettare il verdetto, tra occhi lucidi e fotografie consumate tra le mani, i parenti di altre vittime della strada: la mattina si sono ritrovati all’ingresso del tribunale, in piazzale Clodio, per manifestare la loro vicinanza a Maria Grazia e a tutti i familiari di Davide. «Con loro, con chi ha vissuto la nostra stessa sofferenza – racconta Maria Grazia Carta – sto portando avanti una battaglia importante contro gli omicidi stradali. Serve maggiore prevenzione, chi guida sotto l’effetto di alcol e droghe e un potenziale assassino. Servono più controlli e pene più severe. Basta alla promozione in tivù le auto di grossa cilindrata che invitano a schiacciare sull’acceleratore. È eticamente sbagliato. Purtroppo anche le cronache recenti dimostrano che non c’è cultura della sicurezze: troppi morti in tutta Italia, qui a Roma la vicenda terribile di Camilla e Gaia, le due ragazzine di appena 16 anni. Ai loro genitori va il mio abbraccio. Qualche settimana fa è stata investita una nonna che attraversava con la bambina, in questa città l’urlo delle sirene è una colonna sonora incessante».
Il processo. In aula gli sguardi si sono appena incrociati. Maria Grazia Carta, accanto ai familiari, ha evitato di guardare l’imputato e ha ascoltato in silenzio la replica dell’avvocato Morganti. Il legale ha spiegato perché la richiesta del pubblico ministero – 5 anni – non costituisse a suo giudizio una condanna congrua rispetto alla gravità del fatto commesso da Naimi Xhumari. «Sono soddisfatto – dice l’avvocato – perché considerato lo sconto previsto con il rito abbreviato è stata emessa una condanna pesante: il massimo previsto per omicidio stradale è 12 anni con rito ordinario nel caso l’imputato abbia un tasso alcolemico superiore a 1,5». Nell’udienza precedente, culminata con le richieste del pm, in aula c’erano stati momenti di tensione, in particolare quando la difesa aveva lanciato dubbi sul fatto che Davide non indossasse il casco al momento dell’impatto con l’auto guidata dal cittadino albanese: «In realtà – aggiunge Morganti – è stato accertato che proprio in seguito all’impatto il casco di protezione si è slacciato ed è stato ritrovato a qualche metro di distanza dal corpo dello sfortunato ragazzo».
La battaglia di una madre. È avvilita, Maria Grazia. Perché il pensiero corre continuamente a quella notte di fine maggio e alla mattina successiva. La donna aveva scoperto tramite la figlia, in maniera casuale attraverso un messaggio pubblicato su Facebook, che Davide non c’era più. Maria Grazia ha scoperto che suo figlio era morto quando stava per iniziare la lezione con i suoi bambini alla Primaria di Tor Bella Monaca: «Nessuno mi ha avvisato, nessuno ha pensato che una madre, una compagna, un figlio, i fratelli, avessero il diritto di sapere che Davide era stato ucciso da un pirata della strada mentre andava a lavorare». Un silenzio da parte delle istituzioni che è proseguito anche nei mesi successivi, a parte alcune eccezioni. Maria Grazia Carta vuole ringraziare pubblicamente il sindaco di Nuoro, la sua città: «Mi è stato accanto, con messaggi d’affetto e una vicinanza che per me è stata importante. In una occasione ci siamo incontrati e abbiamo parlato a lungo. In questo periodo ho sentito la mia Sardegna al mio fianco, grazie anche al gruppo facebook “Sei di Nuoro se...” dall’inizio partecipe della mia sofferenza e sostenitore della mia battaglia». Che è appena all’inizio, sottolinea Maria Grazia nell’annunciare il grande evento del 23 febbraio: «Saremo tanti a manifestare a Roma per chiedere maggiore sicurezza sulle strade. Io porterò lo stendardo dell’associazione di judo di Davide: un simbolo per ricordare chi non c’è pi e per evitare che altre madri debbano piangere come me».
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